Bill Evans and that last performance in Rome

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Alla fine degli anni Settanta il pianista Bill Evans, col trio formato da Marc Johnson al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria, accompagnati dal sassofonista Lee Konitz, si presenta ad Umbria Jazz come artista ospite; due anni dopo è nuovamente in Europa per una serie di concerti, stavolta ad accompagnarlo, oltre a Marc Johnson, c’é il batterista Joe la barbera. Sono gli ultimi sussulti di una una lunga e prestigiosa carriera vissuta da assoluto protagonista del jazz moderno; il suo stato di salute ormai compresso dalla massiccia assunzioni di stupefacenti, problema che l’aveva attanagliato sin da quando, nell’età giovanile, era stato chiamato a svolgere il servizio militare, ne sta limitando in maniere irreversibile vita privata e attività artistica. Muore nel settembre del 1980. Meno di un anno prima, nel dicembre del 1979, il pianista americano si era esibito al Franco Fayenz and Enrico Cogno di Roma, ma non tutto era andato come previsto inizialmente dal proprietario del locale, Pepito Pignatelli.

Prima di raccontare l’accaduto in questione, è utile mettere a fuoco la figura singolare del musicista e compositore statunitense. Difatti, l’approccio pianistico di Bill Evans si distingue in maniera netta da quello dei pianisti jazz di estrazione afro-americana nel periodo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per avere come caratteristiche principali l’intensa liricità melodica, la minimale ricerca delle note, un senso ritmico swingante alla Nat King Cole e nello stesso tempo dilatato, e soprattutto, l’utilizzo di accordi estesi e coloriture timbriche dalle nette sfumature impressioniste. Ciò derivava dallo studio della musica classica a cui il pianista si era dedicato con estrema dovizia ed impegno alla Southeastern Louisiana University, con ore e ore di esercizi casalinghi, su partiture di Bach, Chopin, Ravel, Debussy e Kabalevskij. In seguito, arrivato a New York, continuerà gli studi alla Mannes School of Music.

Negli anni adolescenziali si era interessato al contempo al jazz grazie al fratello Harry, trombettista in una piccola orchestra swing. Quando gli si presenta l’occasione, a dodici anni, di sostituire il pianista titolare dell’orchestra scolastica, Bill Evans scopre la bellezza di poter improvvisare utilizzando un’idea originale al di fuori della partitura scritta. É indicativo il fatto che proprio in quel torno di tempo il pianista inizi a comporre, cercando un proprio lessico che negli anni a seguire svilupperà in direzione modale attirando l’attenzione del trombettista Miles Davis, anche lui, alla fine degli anni Cinquanta, immerso nella definizione dell’improvvisazione basata sui “modi”. Entrato nella formazione in sestetto del trombettista, in sostituzione di Errol Garland, Bill Evans sarà determinante sia nella fase compositiva che in quella realizzativa in studio dell’album Kind of Blue (1959), disco manifesto del jazz modale.

L’apporto maggiore dato da Bill Evans alla modalità esecutiva di impronta jazz è stato, senza dubbio, quello sviluppato col suo trio storico con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, formato nell’autunno dello stesso anno dell’incisione del seminale disco di Miles Davis. Per la prima volta nella storia del jazz ogni strumentista si presenta come primum inter pares all’interno del trio, nel quale vige la “tridimensionalità” del tutto data dal sostegno del singolo. Le registrazioni dei cinque set eseguiti dal trio il 25 giugno 1961 al Village Vanguard di New York diverranno negli anni la pietra di paragone per una folta schiera di pianisti di diversa estrazione e cultura musicale, si possono citare Keith Jarrett, Brad Mehldau e il nostro Enrico Pieranunzi. Le esibizioni dal vivo di quella domenica pomeriggio saranno anche le ultime eseguite dal trio, il 6 luglio Scott LaFaro morirà in un incidente d’auto. La tragica scomparsa dell’amico e collega avrà un impatto devastante sulla già fragile situazione emotiva e psicologica del pianista, dalla quale si riprenderà solo qualche tempo dopo. Prima col contrabbassista Chuch Israels e poi con Eddie Gomez, incontrato nel 1966, il pianista ritroverà in parte quella sinergia intellettiva e sensoriale del suo primo trio, evidente nel disco The Tokyo Concert (1974), con alla batteria Marty Morell.

Tra il 1975 e il 1977, Bill Evans tiene numerosi concerti nell’ambito di prestigiosi festival internazionali e registra diversi dischi in trio e in piano solo. Due anni dopo, viene ingaggiato da Pepito Pignatelli per tenere tre concerti nel suo locale romano: uno pomeridiano e due alla sera, rispettivamente alle 21 e alle 23. Il pianista, però, appena finto il sound check di rito, non contento della pessima accordatura del pianoforte, dovuta all’umidità presente nel locale, collocato nel sotterraneo di un antico palazzo romano, decide di lasciare il palco dirigendosi verso il Lungotevere. A seguito delle insistenze da parte di Pepito Pignatelli, e del manager Alberto Alberti, che l’avevano raggiunto in strada, il pianista americano si convince a tornare sui propri passi, esibendosi nel primo concerto in programma, per la felicità anche dell’organizzazione televisiva. Alla sera, però, durante il secondo set, appena terminata l’esecuzione del classico “Autumn Leaves”, palesemente infastidito dallo stato precario dei tasti del pianoforte, Bill Evans lascia nuovamente il jazz club, stavolta per tornare all’hotel Cicerone, dove alloggia in quei giorni. Stavolta Alberto Alberti, nel frattempo accorso alla hall dell’hotel, non riuscirà nell’intento di convincere Bill Evans a tornare nella “cantina” di Largo dei Fiorentini per l’ultimo set programmato per le 23. Si dissolve così la presenza a Roma dell’introverso e problematico pianista americano, tra la cocente delusione di Pepito Pignatelli e del numeroso pubblico accorso al Music Inn ad ammirare il suo genio musicale.

Paolo Marra

Fonte bibliografica: Pepito – Il principe del jazz di Marco Molendini (Minimum Fax – 2022)

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