Catturare l’attimo sonoro – Gli studi di registrazione a Roma

EDITORIALI

Nel corso di più cinquant’anni di storia del jazz lo studio di registrazione si trasforma da semplice spazio insonorizzato per catturare in presa diretta la performance dei musicisti a vero e proprio “strumento” a disposizione di preparati artisti e tecnici del suono. Si passa così dai membri delle formazioni di jazz degli anni Venti posizionati, in base al volume prodotto dagli strumenti, intorno ad un cornetto (o microfono) collegato ad un tornio meccanico per l’incisione su disco di ceralacca, all’artista ormai tecnicamente aggiornato, alla fine degli anni Sessanta, in grado di gestire la consolle e tutti i vari accessori elettronici a sua disposizione; il salto temporale si pone tra le band di Louis Armstrong, posizionato lontano dal cornetto, nelle ultime file, perché in grado di cacciare fuori dalla tromba un suono molto potente, a Miles Davis, sapiente alchimista negli studi della Columbia Records per la registrazione in presa diretta su nastro della lunga session per l’album “Bitches Brew”, tagliata, cucita, infarcita di riverberi e suoni elettronici dal fido Teo Macero in fase di post-produzione.

D’altro canto, la graduale evoluzione della musica registrata è da ricondurre in principale modo alle sempre maggiori conoscenze e competenze acquisite e messe in campo dalla figura del tecnico del suono, in molti casi capace di catturare il momento pregnante dell’espressione di uno o più strumentisti, al fine di consegnare al pubblico del presente e ai posteri lavori discografici con una precisa “foto” timbrica e dinamica, unica e nello stesso tempo policromatica. Basti pensare alle incisioni effettuate negli anni Cinquanta e Sessanta dall’ ingegnere del suono Rudy Van Gelder per dischi entrati nella storia del jazz come “Saxophone Colossus” (1956) di Sonny Rollins e “A Love Supreme” (1965) di John Coltrane e, più recentemente, il lavoro di registrazione e missaggio di James Faber per i lavori discografici di Brad Mehldau, John Scofield, Joshua Redman ed Enrico Pieranunzi in occasione del suo “Live At The Village Vanguard” (2013), con Paul Motian e Marc Johnson.

A Roma, tra gli anni Settanta e Novanta, etichette discografiche come la Edipan, Soul Note, Black Saint, Red Record, Dire e altre, e di riflesso i musicisti, si affidano, nel circuito degli studi di registrazione al minuzioso lavoro di validi tecnici del suono italiani, loro stessi in alcuni casi ottimi strumentisti e compositori; si possono citare, lo Studio Dirmaphon in Via Pola (ex studi della RCA Italiana), gli Studi Emmequattro, dell’etichetta Edipan del produttore Bruno Nicolai, in cui operava l’ingegnere del suono Gianni Fornari, gli Studi Soundvideocat, il Sonic Recording Studio, con gli ingegneri del suono Massimo Rocci (batterista jazz, Rocci ha militato nella formazione del trombonista Marcello Rosa e nella band del contrabbassista Carlo Loffredo al “Clubino” di Via Lazio) e Franco Patrignani e, naturalmente, gli Studi della RCA collocati negli stabilimenti al Km. 12 di Via Tiburtina.

Per quanto riguarda il Sound Work Shop e i Forum Studios, è doveroso fare un discorso a parte, in conseguenza della loro importanza trasversale nello sviluppo di un ampia gamma di generi musicali e per la pioneristica strumentazione utilizzata durante le sedute di incisione. I primi vengono aperti nel 1968 in zona Trionfale dal compositore e direttore d’orchestra Piero Umiliani. Al Sound Work Shop Umiliani incide, per le sue varie etichette indipendenti (Omicron, Soundworkshop, Liuto Records e altre), colonne sonore e dischi di “sonorizzazione” per commenti musicali a trasmissioni d’attualità, telegiornali, documentari, avvalendosi di jazzistici di alto profilo come Enrico Pieranunzi, Giovanni Tommaso, Gegè Munari, Oscar Valdambrini, Cicci Santucci. Oltre ai vari strumenti elettronici utilizzati per l’incisione di questi lavori discografici a cavallo tra musica elettronica e ambient, negli anni a seguire presi a modello da una pleiade di musicisti e dj italiani e stranieri, Umiliani si avvale di  sofisticate apparecchiature per l’ascolto (altoparlanti), registrazione multitraccia (viene utilizzato in questo caso l’Ampex in grado di registrare 8 tracce su un nastro da 1 pollice), banco mixer e microfoni. Non solo, particolare attenzione viene data alla veste acustica della sala di registrazione (bisogna tenere conto che il Sound Work Shop viene progettato da Paolo Ketoff, tecnico del suono tra i maggiori esperti di ingegneria acustica a livello internazionale). In considerazione di queste caratteristiche peculiari, in quegli anni, il Sound Work Shop diviene il punto di riferimento di quel fronte di jazzistici con un taglio decisamente avanguardistico: il Modern Art Trio di Franco D’Andrea, Franco Tonani e Bruno Tommaso, Mario Schiano e il Quintetto Santucci-Scoppa.

Un anno dopo l’apertura dello studio di registrazione di Piero Umiliani, nascono, sotto la Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria a Piazza Euclide, gli Studi Ortophonic, su iniziativa di Enrico Melis (manager della sezione colonne sonore della RCA), il quale contatta per avviare il progetto i compositori e direttori d’orchestra Bruno Nicolai, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Luis Bacalov, Armando Trovajoli e i tecnici del suono Sergio Marcotulli e Pino Mastroianni. Anche in questo caso a fare la differenza sono l’ottima acustica degli ampi spazi a disposizione nonché l’apporto di eccellenti tecnici del suono come i summenzionati Sergio Marcotulli e Franco Patrignani, reduce dall’esperienze al Sonic Studio e alla RCA (Patrignani rileverà nel 1979 gli studi Ortophonic cambiando il nome in Studi Forum). Sono innumerevoli le colonne sonore  registrate agli Studi Forum di prestigiosi compositori e direttori d’orchestra italiani e stranieri, tra queste, le musiche per la pellicola di Sergio Leone “C’era Una Volta in America “(1980) che vede, tra gli strumentisti dell’orchestra diretta dal Maestro Ennio Morricone, il pianista Enrico Pieranunzi, il contrabbassista Enzo Pietropaoli e il batterista Pierino Munari; vi suoneranno anche il trombettista americano Chet Baker e il sassofonista argentino Gato Barbieri, chiamato a comporre e incidere la colonna sonora de “Ultimo Tango a Parigi“(1971) del regista Bernardo Bertolucci (con gli arrangiamenti curati dal direttore d’orchestra Oliver Nelson). Nel 1996 sotto la direzione del figlio di Franco Patrignani, Marco, gli studi cambieranno nuovamente nome in Forum Music Village, confermando il blasone di struttura tecnologicamente avanzata in grado di attirare artisti e formazioni di calibro internazionale.

Come si evince da questo breve excursus, i studi di registrazione della Capitale (a cui possiamo aggiungere quello aperto dal sassofonista Giancarlo Barigozzi a Milano nel 1974) sono divenuti nel corso degli anni dei veri e propri laboratori artistici, in cui competenze e “illuminata” creatività hanno dato vita ad “Opere” consegnate alla storia della musica contemporanea, generando, al contempo, nel pubblico-fruitore, nuove modalità di ascolto consapevole.

Paolo Marra

VOCI CORRELATE ARCHIVIO JAZZ

Collegamenti esterni:

Speciale – Sergio Marcotulli 
Forum Studios Official Site 
Sound Work Shop Pubblicazioni 

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