Enrico Rava – Musicista del mondo

EDITORIALI

Negli anni de “La dolce vita” un giovane Enrico Rava soggiorna a Roma in una camera ammobiliata vicino Via Sistina; suona regolarmente al “Purgatorio”, un jazz club ricavato in uno scantinato del famoso ristorante “Meo Patacca”, situato nel quartiere Trastevere, insieme al sassofonista argentino Gato Barbieri, il pianista Franco D’Andrea, il batterista Gegé Munari e il contrabbassista Gianni Foccià. Il quintetto partecipa nel 1964 alla registrazione della colonna sonora del film “Prima della rivoluzione” di Bernardo Bertolucci (in seguito scartata in favore delle musiche di Ennio Morricone e Gino Paoli) e, appena un anno dopo, a quella del film “Una bella grinta”, del regista Giuliano Montaldo. Nel 1966 il trombettista, insieme al sassofonista americano Steve Lacy, lascia la Capitale per partire alla volta dell’Argentina, per restarvi un anno intero. Nel Paese sudamericano si innamora artisticamente del tango tradizionale di Osvaldo Pugliese, senza trascurare le commistioni col jazz del tango nuevo di Astor Piazzolla. Inoltre, durante la permanenza in Argentina ha l’opportunità di conoscere lo scrittore argentino Ernesto Sabato e di approfondire l’interesse per le opere letterarie di Adolfo Bioy Casares e Jorge Borges, Julio Cortàzar.

Stabilitosi in seguito a New York, Enrico Rava entra in contatto con un mondo musicale fino ad allora solo immaginato. Il trombettista racconta- “Quando mi trasferii a New York mi trovai di colpo a suonare con quei musicisti che fino a qualche tempo prima era stati i miei idoli. In poco tempo sono entrato a pieno titolo nella scena dell’avanguardia americana ed europea di personaggi come Carla Bley e Cecil Taylor”. Durante la permanenza nella Grande Mela il trombettista torna regolarmente a Buenos Aires, città dove la moglie Graciela (cugina della moglie di Gato Barbieri, Michelle) è rimasta a lavorare. Tale appassionata frequentazione dell’Argentina continuerà fino al 1976, quando la situazione politica del paese precipiterà a causa dell’ascesa della dittatura del generale Videla.

Quando Enrico Rava torna a Roma nel 1968, per perfezionare le pratiche della residenza negli Stati Uniti, ritrova una città nella quale molte cose sono cambiate: gli anni de La dolce vita di Federico Fellini sono ormai tramontati e nella Capitale si respira un clima di forte contestazione, col susseguirsi di manifestazioni, disordini e duri scontri tra studenti e polizia, nel contesto di un complicato mutamento nell’assetto sociale e politico del Paese. Il trombettista soggiorna nell’appartamento dell’amico contrabbassista Marcello Melis a Trastevere, frequentando al contempo il jazz club Music Inn di Pepito Pignatelli, di cui il trombettista ricorda – “Pepito è stata una figura centrale per il jazz romano e in generale italiano, in particolare modo per noi ragazzi che in quel periodo stavamo muovendo i primi passi. Il Music Inn era scomodo, il pianoforte era sempre scordato a causa della troppa umida, come peraltro anche gli altri strumenti. Inoltre l’acustica era veramente terribile. Ma nonostante ciò, noi giovani musicisti eravamo lì tutte le sere. Ci bastava la presenza di Pepito e di sua moglie Picchi; erano loro ad illuminare quel piccolo locale”.

Qualche anno dopo, nel 1972, Enrico Rava torna in Italia dagli Stati Uniti per una serie di concerti – “Ci fu una grande risonanza sui giornali per la serie di concerti che tenni a Milano e Torino” – racconta – “Dipendeva dal fatto che in quel periodo facevo delle cose fuori dal comune: ero l’unico jazzista italiano e uno dei pochi europei, a parte Joe Zawinul e Miroslav Vitous, a risiedere a New York. Questo ebbe una grande eco sia in Italia che in Francia. Bisogna anche considerare il fatto che, alla fine degli anni Settanta, il free jazz trovava molto spazio nei giornali perché si identificava nel connubio tra jazz e certa politica orientata a sinistra. Questo ha permesso a musicisti come me o Giorgio Gaslini, per esempio, di essere conosciuti mediaticamente anche al di fuori del circuito strettamente jazzistico. Sembra strano, ma per quelli della nostra generazione è stato più facile ritagliarsi una certa visibilità mediatica in confronto ai musicisti di oggi. Una delle motivazioni principali alla base dell’attuale situazione in Italia è da ritrovare nel fatto che, mentre figure iconiche del jazz italiano come me beneficiano ancora di quella visibilità accumulata negli anni, i musicisti trentenni o più giovani pagano lo scotto dalla poca attenzione da parte di giornali e media, rimanendo nella maggioranza dei casi delle eterne promesse”.

Durante la tournée in Italia, il trombettista incrocia sulla sua strada un giovane talento della scena del jazz romana, Massimo Urbani. Colpito dal suo modo di suonare, il trombettista decide di farlo entrare nel gruppo che lo accompagna in alcuni concerti in programma per le date italiane, per poi convincersi a portarlo con sé a New York, per due settimane di concerti nei club della città e in un programma televisivo americano. Tra il 1977 e il 1979 Massimo Urbani entra a far parte anche delle formazioni con cui Rava si esibisce in Europa: il quintetto con Bobo Stenson, Palle Danielsson e Jon Christensen e il quartetto con Aldo Romano e J.F. Jenny Clark.

Parlando di Massimo Urbani il trombettista ricorda – “Nonostante i suoi problemi personali con me ha sempre cercato di essere puntuale. Non mi ha mai fatto un “pacco”, come invece accadeva a volte con altri colleghi. Seppi del suo decesso mentre mi trovavo a Vienna per le registrazioni di un disco. Quando mi recai in edicola in piazza della Cattedrale di Santo Stefano per prendere il giornale fui colpito dal titolo di un articolo che parlava dell’improvvisa morte di un sassofonista romano. Cosi venni a conoscenza del fatto che Massimo se n’era andato” – e continua – “Purtroppo di quello straordinario periodo ho poche foto. Quando andai via da New York lasciai addirittura la mia intera collezione di dischi a casa di un’amica, proponendomi di tornare a prenderla. Non l’ho mai fatto! è così che va quando si gira per il mondo e si trasloca spesso. Non sono un nostalgico, il passato è passato”.

Paolo Marra

Intervista rilasciata a Paolo Marra

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