Il lungo corso del Jazz in Italia

EDITORIALI

In Italia il jazz arriva intorno al 1917 attraverso delle piccole formazione orchestrali giunte dagli Stati Uniti. L’avvento del fascismo decreta una battuta d’arresto nella diffusione di questo genere musicale tra la popolazione del paese; la radio, il principale mezzo di comunicazione mediatica dell’epoca, aveva svolto negli anni precedenti un ruolo fondamentale trasmettendo programmi nei quali venivano trasmesse le performance di jazz band, formazioni orchestrali di medio livello, in diretta dai vari locali da ballo di Roma, Milano, Torino e Napoli. Difatti, in quel periodo, tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento, per quanto riguarda il jazz suonato dall’orchestre swing si può parlare di musica di intrattenimento, atta a far ballare i frequentatori dei locali notturni cittadini; il concetto di jazz come forma artistica e conquista intellettuale da parte della comunità afro-americana, e in parte bianca, è ancora lontana da venire.

A parte alcune eccezioni, dalla metà degli anni Venti fino all’arrivo degli alleati in Italia, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, il jazz viene sottoposto ad vero e proprio “ostracismo” da parte del Partito Nazionale Fascista. Nel contempo, però, negli anni Trenta si formano le prime sacche di appassionati di jazz in Italia, un movimento “carbonaio” che darà luogo, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, ad una fitta rete di hot club, nei quali riunire estimatori, esecutori e propugnatori della musica hot, termine indicante le forme tradizionali del jazz suonato nella città di New Orleans. Accanto a nomi, come il direttore d’orchestra e contrabbassista Gorni Kramer, che avevano vissuto il periodo buio del fascismo, troviamo giovani musicisti attratti da un genere musicale ancora poco conosciuto in Italia, ma di converso in graduale evoluzione: il chitarrista Franco Cerri, il pianista Giampiero Boneschi, il batterista Gilberto Cuppini, il sassofonista Eraldo Volonté e altri. Si iniziano, così, a raccogliere i primi consensi tra il pubblico nostrano e, anche se timidamente, fuori dai confini nazionali. Si vanno, inoltre, concretando sostanzialmente due principali scene jazzistiche italiane: Roma e Milano. Nella capitale ad affermarsi sono in quel torno di tempo, il trombettista Nunzio Rotondo, il pianista Armando Trovajoli e la formazione allargata della Roman New Orleans Jazz Band. Nel capoluogo lombardo, di contro, troviamo la Milan College Jazz Society e l’Original Lambro Jazz Band. Il periodo è caratterizzato ancora dal genere tradizionale denominato dixieland, ma qualcuno sta aprendo bene le orecchie per recepire il nuovo corso del be-bop in stato di incubazione nei locali newyorkesi, dove si riuniscono un gruppo di giovani jazzisti afroamericani, tra cui Charlie Parker e Dizzy Gillespie. L’arrivo delle nuove tendenze in piena trasformazione in seno al jazz statunitense, provocherà un terremoto all’interno degli hot club, con fratture tra modernisti e tradizionalisti, contribuendo negli anni a seguire alla polarizzazione di contrapposte fazioni di musicisti, critici, esperti e appassionati; una diatriba comune alla lunga storia delle evoluzioni artistiche e culturali del Novecento.

La maggiore diffusione del jazz in Italia, dovuto anche al suo utilizzo nei programmi televisivi e colonne sonore di film, avviene tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Negli anni Settanta si palesano ulteriori fratture tra gli appartenenti alle diverse correnti jazzistiche, be-bop, tradizionale e free. Ciò è da ricondurre in principale modo ad un’esacerbata politicizzazione di una larga fetta di musicisti, giornalisti e fruitori di jazz, in particolare dell’area free e avant-garde. In verità, a dispetto della reale qualità espressa dai musicisti, si assiste ad una certa attribuzione valoriale da parte degli addetti ai lavori, favorita della situazione politica e sociale italiana, nei confronti  del movimento free, a discapito dalla corrente be-bop, considerata filo capitalista, e del dixieland. Sono gli anni della nascita di numerosi jazz festival, alcuni dei quali sovvenzionati con denaro pubblico, di disordini e irruzioni della polizia all’interno dei teatri ove si svolgono i concerti, della riluttanza delle autorità accademiche a fare entrare il jazz nei conservatori e la conseguente affermazione delle scuole di  musica con corsi dedicati alla musica afro-americana, della nascita dei jazz club cittadini, come il Capolinea di Milano e il Music Inn di Roma.

Al di là delle criticità e dei passi in avanti, mentre in precedenza i jazzisti italiani di un certo livello rappresentavano un numero esiguo, negli anni Settanta la situazione si presenta come profondamente cambiata, anche per quanto riguarda il confronto col quadro jazzistico internazionale. Nel 1978 l’Italia è uno dei paesi con un più alto numero di musicisti e appassionati di jazz. Un dato che, se raffrontato con quello del decennio precedente, ci da l’idea della crescita esponenziale del jazz in Italia.

Paolo Marra

Fonti bibliografiche: “Jazz Oggi”, supplemento della rivista Panorama (Agosto 1978) a cura di Arrigo Polillo, Blu Jazz (1992) a cura di Adriano Mazzoletti  

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