Jazz e dintorni nelle notti romane

EDITORIALI

jazz e ditorniNegli anni cinquanta a Via Veneto a Roma c’è un angusto locale dove – come racconta il critico musicale Adriano Mazzoletti – la gente poteva trovarsi accanto a Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Roy Eldridge e Dizzy Gillespie seduti comodamente allo stesso tavolo. Era il Bricktop, soprannome della sua fondatrice, la cantante, ballerina e “entertainer” afroamericana Ada Smith: diventata negli anni trenta personaggio di riferimento della vita notturna di Parigi grazie al suo locale “Chez Bricktop”, nel quale passeranno artisti come Ernest Hemingway, John Steinbeck, Francis Scott Fitzgerald, Duke Ellington, Picasso, Mabel Marcer, Django Reinhardt e altri, la “Bricktop” dopo la seconda guerra mondiale lascia la capitale francese per trasferirsi a Roma. Il locale aperto sulla famosa strada della “Dolce Vita” sarà il ritrovo di Fred Buscaglione e dell’Orchestra 013 del pianista e compositore Piero Piccioni. Come succederà in seguito in altri jazz club della capitale, al “Bricktop” giovani musicisti italiani, come il pianista Tom Fornari e il chitarrista Angelo Baroncini, si ritrovano a suonare fino a tarda notte con i grandi jazzistici americani. Negli stessi anni al Teatro Sistina si avvicendano sul palco altre stelle del firmamento jazzistico d’oltreoceano: Coleman Hawkins, Stan Getz, Sonny Stitt, Sarah Vaughan. Il teatro romano ospiterà, dalla fine degli anni sessanta, l’importante rassegna dedicata al jazz “I lunedì del Sistina”. Deus ex machina dell’iniziativa è il produttore teatrale Franco Fontana a cui i direttori del Sistina, Garinei e Giovannini, affidano l’organizzazione dei concerti nel giorno di chiusura del Teatro, appunto ogni lunedì del mese. La rassegna viene inaugurata nell’ottobre del 1969 col concerto del trombettista americano Miles Davis a cui seguiranno, per più di un decennio, esibizioni di ospiti prestigiosi del jazz internazionale: Ray Charles, Dizzy Gillespie, Nina Simone, Oscar Peterson, Thelonious Monk, Ella Fitzgerald, Charles Mingus, Count Basie, solo per menzionarne alcuni. Non solo jazz e dintorni: quello de “I lunedi del Sistina” sarà per più di un decennio un appuntamento rilevante sotto l’aspetto culturale e artistico per la città con proposte anche di musica brasiliana – Vinicius De Moraes, Tom Jobim, Baden Powell –  attirando una vasta platea di appassionati e curiosi. Diversi degli artisti menzionati nel contesto della prima fase delle “notti romane” li ritroviamo di nuovo di passaggio a Roma negli anni ottanta, chiaramente in contesti di altra natura organizzativa. Il trait d’union tra decenni differenti sotto il profilo delle abitudini di ascolto, partecipazione e approccio alla proposta musicale è sicuramente una certa curiosa attrattiva che il jazz e le sue varie contaminazioni hanno sempre in qualche modo esercitato sul pubblico italiano fino a determinarne una maturazione progressiva e un affinamento nei gusti musicali. Se dall’altra parte il rock nei primi anni ottanta inizia a dare segni di stanchezza con formule reiterate non più a passo con i tempi, il jazz si configura come realtà vitale, ricche di spunti interessanti, in grado, nonostante il passare degli anni, di rigenerarsi. È in quel periodo, d’altronde, che si va delineando il sincretismo stilistico e concettuale del world jazz, congiungendo l’occidente con i “mondi altri” del pensiero musicale. L’autenticità rimane la stessa, anche perché a differenza del rock, supportata da sostanziosi investimenti da parte degli organizzatori, il jazz mal tollera le lusinghe del mercato in nome di passeggere mode costruite ad hoc. Lasciati alle spalle, nella maggioranza dei casi, gli angusti locali del centro storico aumentano festival e rassegne estive in giro per la Capitale; allora ecco di nuovo la “divina” cantante statunitense Ella Fitzgerald al Circo Massimo col chitarrista Joe Pass, l’immaginifico Sun Ra e la sua Arkestra allo Stadio Olimpico e ancora il compositore e direttore d’orchestra canadese Gil Evans di passaggio a Roma durante la tournée in giro per l’Italia. I suoni caraibici, pregni di festosa malinconia, invadono Piazza Navona con otto giorni di musica brasiliana con ospiti i fondatori di quel movimento artistico-culturale rivoluzionario chiamato “Tropicalismo”, Caetano Veloso e Gilberto Gil,  ancora poco noti in Italia. Dei molteplici concerti susseguitisi in quegli anni forse uno su tutti chiude il cerchio di quell’euforica attesa dell’evento irripetibile iniziata con l’arrivo a Roma, tra gli anni quaranta e cinquanta, di Louis Armstrong e Duke Ellington: il concerto di Miles Davis nell’aprile del 1982. Il trombettista americano dopo un lungo ritiro dalle scene durato cinque anni, tra il 1976 e il 1981, ritorna ad esibirsi in concerto destando la curiosità del pubblico incerto su che cosa aspettarsi da un personaggio così controverso e per niente incline a cullarsi nel passato, da molti critici considerato al crepuscolo della sua invettiva artistica e abilità tecnica. Arriva a Roma il venerdì precedente al concerto accompagnato d’allora moglie, l’attrice Cecily Tyson, raggiungendo la limousine che lo aspetta all’aeroporto su di una sedia a rotelle a causa dell’annoso problema all’anca. Salirà sul palco del Teatro Tenda Pianeta Seven Up (collocato dove oggi sorge l’Auditorium Parco della Musica”) per due sere consecutive con la stessa band dei concerti del 1981 a Boston, New York e Tokyo (pubblicati nell’acclamato album “We Want Miles”) formata da Bill Evans al sassofono, Marcus Miller al basso, Mike Stern alla chitarra, Al Foster alla batteria e Mino Cinelu alle percussioni. La “nuova” musica di Miles lascerà nuovamente il segno, come d’altronde era successo più di un decennio prima, quasi il tempo si fosse fermato nell’eccitazione di quell’ennesima notte romana.

Paolo Marra

Fonte bibliografica: “Jazz Moment” a cura di Adriano Mazzoletti, Marco Molendini e Stefano Mastruzzi.

 

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