Jazz Italiano – I protagonisti. Prima parte

EDITORIALI

Tra la metà degli anni Quaranta e gli anni Sessanta, mentre alcuni musicisti seguono la corrente afro-americana del bebop e hard bop, in Italia si assiste al ritorno del jazz tradizionale, nato e radicatosi a New Orleans nella prima parte del “900. Molte sono le formazioni che si dedicano alla promozione e divulgazione di questo genere in varie parti d’Italia. Non le nomineremo tutte, ci limiteremo a quelle principali: la Original Lambro Jazz Band, la Milan College Jazz Society, la Riverside Jazz Band, che annoverava nell’organico il chitarrista Lino Patruno, la Bovisa New Orleans Jazz Band, nel capoluogo lombardo, la Junior Dixieland Gang, la Roman New Orleans Jazz Band e la seconda Roman, guidata dal contrabbassista Carlo Loffredo, le varie formazioni del trombonista Marcello Rosa, a Roma. Si possono inoltre citare la Doctor Chick Dixieland Orchestra di Bologna, capitanata dal clarinettista e futuro regista Pupi Avati. Questa, una volta accorpata alla Panigal Jazz Band, prese il nome di Rheno Dixieland Band, tra le cui fila vi era il clarinettista Lucio Dalla, divenuto in seguito uno degli esponenti più significati della musica leggera italiana. E ancora, la Riverside Syncopators Jazz Band, diretta dal trombonista tradizionale Lucio Capobianco, a Genova, la New Emily Jazz Band a Modena, la grande orchestra Kansas Cit, animata dal trombettista Renato Germonio, a Torino

É doveroso sottolineare come questa pagina del revival del jazz tradizionale sia stata, a conti fatti, marginale nel panorama del jazz italiano, destando un appassionato quanto integralista seguito tra musicisti appartenenti ad una sorta di nicchia avulsa, salvo rari casi, a qualsiasi movimento modernista in seno alla musica afro-americana. D’altro canto la compagine di musicisti dediti ad assimilare le nuove tendenze gradualmente manifestatesi nella patria del jazz, gli Stati Uniti, è ben più ampia e variegata. Bisogna sottolineare come i nostri musicisti non si siano limitati ad italianizzare la musica afro-americana ma altresì abbiano negli anni assimilato i concetti base di tale bagaglio musicale culturale ricostruendolo o deformandolo secondo un proprio linguaggio legato a doppio filo con le tradizioni, visioni e valori radicati nel variopinto tessuto regionale del Bel Paese.

Nell’affermazione di tale assunto storico-musicale non si può fare a meno di citare le parole del chitarrista e compositore Django Reinhardt, non a caso primo esponente in Europa di quella commistione di tradizioni musicali proprie della comunità nomade dei manouches francesi e il jazz, non dimenticando certe reminiscenze di epoca barocca e scuola spagnola –

Il jazz è americano. Ma la musica non ha patria. E il jazz è musica. Noi suoniamo un tipo di jazz che è in stretti rapporti con la cultura europea. Ma è sempre jazz. Perché il jazz ha regole espressive ben precise da cui non si può derogare”

Gli strumentisti e compositori italiani – non sempre i due ruoli artistici sono entrambi riscontrabili nei personaggi del jazz nominati in questo contesto – hanno svolto negli anni la loro attività artistica in campi musicali variegati, dal mainstream alle ardite evoluzioni estetiche e formali del free e sperimentazione avant-garde. Il loro merito, al di là di quello propriamente tecnico o di scrittura musicale, è quello di aver lasciato un segno indelebile nel decorso storico del jazz italiano, dal dopoguerra fino, in molti casi, ai giorni nostri.

Non si può iniziare questa antologia del moderno jazz italiano senza citare il quintetto Basso-Valdambrini, la formazione che più di tutte ha illustrato il jazz nostrano tra gli anni Cinquanta e Sessanta. I due leader del quintetto, il sassofonista Gianni Basso e il trombettista Oscar Valdambrini sono in quel periodo ospiti fissi della Taverna Messicana a Milano, unico locale in Italia nella seconda parte degli anni Cinquanta dedicato al jazz. Famosa una foto nella quale la cantante statunitense Billie Holiday nel 1958 è ritratta nel locale milanese con un gruppo di musicisti italiani, tra cui Gianni Basso e Oscar Valdambrini.

Proseguendo, nello stesso periodo troviamo il trombettista Nunzio Rotondo, i pianisti Romano Mussolini ed Enrico Intra, il clarinettista Aurelio Ciarallo, il sassofonista e flautista Giancarlo Barigozzi, che per un periodo si sposta ad Hong Kong col suo complesso e più tardi apre a Milano uno studio di registrazione a suo nome. Altro personaggio dell’area torinese che in quel periodo si mette in luce è il trombonista Dino Piana, tra i migliori specialisti in Europa di questo strumento nella versione a pistoni. Lo troviamo in seguito nel quintetto Basso-Valdambrini e tra le fila dell’orchestra della Rai, diretta dal pianista e compositore Armando Trovajoli, insieme ai trombettisti Oscar Valdambrini, Nini Culasso, Nini Rosso, gli altosassofonisti Attilio Donadio e Livio Cerveglieri, il baritonsassofonista e flautista Gino Marinacci e diversi altri.

Paolo Marra

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