Jazz e cinema italiano

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La diffusione del cinema italiano presso il pubblico di tutto il mondo deve molto alla stretta relazione tra immagine e musica. Aspetto che si evidenzia in particolare a partire dagli anni Sessanta, quantunque trovi l’apice espressivo negli anni Settanta e Ottanta, quando la colonna sonora si slega dal mero ruolo di commento didascalico per divenire parte imprescindibile del filo logico-narrativo della pellicola. Il tema musicale assume in tale contesto un ruolo determinante nell’influenzare a livello subcosciente lo spettatore. Già nelle prime due decadi del secolo scorso i compositori Igor Stravinskij (L’uccello di fuoco, La sagra della primavera), Claude Debussy (Jeux, <<Poème Dansé>>), Béla Bartòk (Il mandarino meraviglioso) utilizzano la forma del balletto per presentare al pubblico idee musicali all’avanguardia. L’attenzione dello spettatore viene in maniera illusoria attratta dalla costruzione scenica mentre in maniera inconsapevole ascolta e assimila nuovi e alternativi parametri sonori. Di fatto la musica diventa un elemento aggiuntivo e integrativo a ciò che avviene sul palco e, al contempo, una voce narrante a sé stante tanto da non perdere la sua valenza anche se scissa dalla costruzione coreografica. Il compositore e direttore d’orchestra Ennio Morricone, per esempio, ottiene lo stesso risultato attraverso la forma della colonna sonora nell’ambito cinematografico promuovendo forme musicali dodecafoniche, seriali, di musica assoluta e concreta.

Dagli anni sessanta per la realizzazione di temi per il cinema illustri maestri si avvalgono del contributo di strumentisti in diversi casi attivi nella scena jazzistica italiana. Il connubio tra cinema e jazz si va concretizzando in quegli anni in conseguenza di specifici fattori: diversi compositori e direttori d’orchestra chiamati a comporre commenti musicali per film, come Giorgio Gaslini, Piero Umiliani, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, hanno un background jazzistico. Se da parte questi necessitano della presenza negli organici orchestrali di musicisti dotati di una solida formazione tecnico-strumentale, dall’altra il jazzman si trova nella situazione di approdare al cinema per guadagnarsi da vivere, visto la scarsità di ingaggi nel ristretto circuito dei concerti nei vari club o festival sparsi in una manciata di città italiane. Il lavoro nella veste di session man in studio per l’incisione di colonne sonore, con maestri come Ennio Morricone, permette ai jazzistici di acquisire maggiore consapevolezza delle loro doti espressive, messe a servizio di una nuova estetica cinematografica, e di allargare di riflesso il bagaglio di esperienze nel campo della musica applicata. Non solo, i musicisti provenienti dalla scena jazz, nella quale vige una certa inibita propensione alla libertà creativa ed espressiva connaturata all’improvvisazione solistica e collettiva, ricavano dall’esperienza negli studi cinematografici una compostezza data da tempi di incisione più rigorosi e da un’attenzione richiesta allo strumentista da parte del direttore d’orchestra per la musica notata e le dinamiche timbriche ed espressive. Traslate in seguito nel linguaggio jazzistico le nozioni apprese in campo cinematografico diventano per diversi di loro un veicolo di approccio diversificato alla composizione ed esecuzione di un brano.

I temi musicali venivano realizzati per diverse tipologie di generi cinematografici: il filone del “cinema moderno” di registi come Michelangelo Antonioni, di impegno sociale e civile, grandi produzioni, poliziesco, spaghetti-western e commedia sexy all’italiana. La scoperta e utilizzazione a partire dagli anni Novanta dei temi musicali del cinema italiano da parte dj and producer italiani ed internazionali ci fornisce un’altra chiara indicazione: il trasversale apporto dato da strumentisti e compositori, ribadiamo spesso legati all’area jazzistica, alla nascita e diffusione presso il pubblico di generi e sottogeneri musicali che hanno avuto un significativo peso nel cambiamento sociale e di costume italiano.

Paolo Marra

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