Lingomania: Riverberi di un’anima elettrificata

EDITORIALI

Negli anni Ottanta il panorama del jazz italiano si presenta variegato ed offre ai musicisti l’opportunità di muoversi in piena libertà tra passato e presente, tra jazz classico e nuove tendenze. Questi possono guardare senza preconcetti ad un futuro ancora da scrivere, o forse da decifrare, per cercare di trovare, là dove sia possibile, nuovi percorsi espressivi.

Sulla scia di super-band come i Weather Report di Joe Zawinul, Chick Corea Elektric Band, Brecker Brothers, si affaccia sulla scena del jazz italiano la fusion. Ci troviamo nel bel mezzo di una trasformazione epocale nell’ambito della scena jazzistica; si fa largo il massiccio utilizzo di apparecchiature elettroniche sempre più sofisticate, tastiere, pads, distorsori, che mettono i musicisti nella condizione di ampliare i loro specifici orizzonti espressivi e timbrici, nel contesto di generi che vanno dal rock al funk. I musicisti della scena rock si avvicinano al jazz per ampliare il loro background teorico ed espressivo, mentre i jazzistici sempre più spesso vengono chiamati a partecipare in veste di session man alla realizzazione di lavori discografici di stampo decisamente pop e soft-rock, esperienze che contribuiscono a determinare un cambiamento di approccio mentale verso un mondo guardato fino ad allora con una certa diffidenza. In Italia tali aspetti si palesano tardivamente rispetto agli Stati Uniti o ad altri paesi europei, ma i risultati sono da subito positivi.

Le motivazioni della larga diffusione in quegli anni della fusion sono da ricondurre alle mutazioni di ordine sociale, culturale e politico che investono l’Italia, e in particolare la nuova generazione di appassionati e fruitori dei prodotti artistici veicolati da radio e televisione. All’indomani del terribile periodo degli anni di piombo, con la sua scia di sconvolgimenti sociali e paure latenti, la gente ha voglia di proiettarsi in una “nuova era” con ritrovata spensieratezza e positività. Nel jazz questo sentire comune si avverte nel graduale disinteresse del pubblico nei confronti del movimento del free jazz e della politicizzazione sorta intorno ad esso in favore di un suono più contemporaneo in grado di attirare l’attenzione della grande fetta di ascoltatori della pop-music e del rock internazionale. In tale contesto discografico, la fusion assume il ruolo di medium capace di soddisfare anche i gusti degli ascoltatori meno avvezzi a maneggiare il materiale jazzistico.

I Lingomania sono sicuramente la formazione principe della fusion italiana nel periodo degli anni Ottanta. Fondato dal sassofonista e compositore Maurizio Giammarco nel 1984, a seguito dell’incontro col trombettista Flavio Boltro, il quintetto vedeva la presenza di Stefano Sabbatini alle tastiere, Roberto Gatto alla batteria e Furio Di Castri al contrabbasso. I Lingomania ottengono da subito un buon riscontro di pubblico e critica, a cui si aggiungono le vittorie come migliore gruppo nel referendum “Top Jazz” indetto dalla rivista “Musica Jazz”(1984 e 1985). La difficoltà, però, di trovare un’etichetta per registrare un buon prodotto a basso costo farà slittare la pubblicazione del primo album “Riverberi” di due anni. Poco dopo, Maurizio Giammarco spinto dalla voglia di ottenere un sound ancora più elettrificato,  decide di introdurre all’interno dell’organico la chitarra synth di Umberto Fiorentino, di sostituire la tromba di Boltro con i sintetizzatori di Danilo Rea e, ancora, il contrabbasso di Furio Di Castri col basso elettrico di Enzo Pietropaoli. Con questa nuova line-up i Lingomania registrano nel 1987 il loro secondo album dal titolo “Grr…Expanders”. Suonato e mixato interamente dal vivo in studio, il lavoro discografico rappresenta un’ulteriore evoluzione nel lavoro di ricerca timbrica e compositiva di Maurizio Giammarco, a metà tra esperienze passate e un nuovo pensiero musicale, tra suoni acustici ed elettronici, senza mai tradire l’eredità del be-bop né tanto meno lo spirito di rottura delle avanguardie europee e afro-americane. La formazione definitiva sarà quella che otterrà il maggiore successo di pubblico, dividendo in alcuni casi la critica specializzata, come spesso accade quando vengono alla ribalta gruppi con elementi e approcci meno ortodossi.

Il quintetto si esibisce in concerto al locale Big Mama di Roma (con cinque concerti a settimana che registrano il tutto esaurito ogni sera e lunghe file fuori dal locale romano), al Music Inn di Roma e in svariate location italiane, tra cui Umbria Jazz, e nella  trasmissione della RAI “DOC”, presentata da Renzo Arbore e Gegè Telesforo. Dopo la registrazione nel 1989 dell’album “Camminando” (senza Roberto Gatto sostituito da Alberto D’Anna), ogni componente del gruppo prenderà la propria strada per lavorare a progetti solisti, sancendo la fine di una formazione simbolo del jazz targato anni Ottanta.

Nota: il disco solista di Enzo Pietropaoli dal titolo “Orange Park” del 1990 vede la partecipazione di tutti i componenti dei Lingomania, con l’aggiunta del pianista Enrico Pieranunzi e il trombettista Paolo Fresu, all’epoca nuovo nome del jazz italiano.

Paolo Marra

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