Miles Davis in Italia 1956 – 1991

EDITORIALI

Se dovessimo scegliere un musicista dell’intera storia del jazz capace di trascendere uno specifico stile derivato da una determinata epoca la scelta non potrebbe che cadere su Miles Davis. Guidato da quella irrequietezza artistica utile a captare ogni minimo segnale di cambiamento in atto nella temperie culturale susseguitasi dalla metà degli anni Quaranta del Novecento, il trombettista americano ha incarnato l’ineluttabile carattere del Jazz di essere arte in continua evoluzione, evitando consapevolmente qualunque coartazione legata alla purezza della tradizione tout court. Sia chiaro, il trombettista americano non ha seguito pedissequamente le mode del momento ma altresì si è mosso in anticipo per arrivare ad una compiuta lettura di una trasformazione stilistica già accennata da altri, suggerendo e al contempo ascoltando le preferenze e gli umori latenti del pubblico; per Miles Davis il Jazz per essere arte autentica deve guardare al presente e non a ciò che è stato o a quello che la maggioranza dei jazzisti voglia che rimanga, si tratti di cool jazz, hard-bop, jazz modale, jazz-rock o piuttosto di accentrare le dinamiche del “secondo quintetto” di fine anni Sessanta verso un beat pulsante e libero al limite della linea di demarcazione col free, mai volutamente oltrepassata, o di “cantare”, come mai nessuno aveva avuto l’ardire di fare prima, motivi della scena pop ottantina per ricostruirli secondo una lettura basata su canoni prettamente jazzistici. Alla fine, le alterne fasi della complessa parabola di Miles Davis trovano un senso compiuto nella liricità del fraseggio asciutto e sospeso declamato alla tromba senza vibrano (con l’utilizzo spesso della sordina harmon) per certi versi antitetico all’uomo celato dietro l’artista, alle prese con una continua battaglia cinica, dura, a tratti supponente col mondo di cui mai riuscirà a fidarsi. Seguendo le varie tappe dell’arrivo in Italia di Miles Davis – dal 1956 a poco prima del suo decesso nel 1991 – appare evidente come gli aspetti summenzionati abbiano creato nel pubblico e addetti ai lavori, in aspettazione dell’evento, un clima di tensione e incertezza diramata, in parte, dalle prime note soffiate attraverso la tromba nel microfono posto sul palco.

Torino, Teatro Nuovo – 1956

Nel 1955 Miles Davis riscuote un clamoroso successo nella seconda edizione del Newport Jazz Festival  organizzato da George Wein (uno dei più famosi impresari della storia del jazz); la performance, infatti, lo pone all’attenzione del grande pubblico e dell’etichetta Columbia, la quale decide di metterlo sotto contratto. George Wein focalizza quel momento cruciale dell’intera carriera del trombettista – “(Miles) supero l’inadeguatezza dell’impianto sonoro mettendo il microfono diretto dentro la campana della tromba e iniziò a suonare “Round Midnight” di Monk. La chiarezza del suono pervase l’aria del Freebody Park di Newport, come nessuna altra cosa avessimo ascoltato quell’anno. Era qualcosa di elettrizzante per gli spettatori sul prato, i musicisti nel backstage e per i critici”. A seguito di ciò, Davis decide di formare un nuovo quintetto a suo nome ingaggiando Red Garland al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria, a cui si aggiunge John Coltrane a sostituire “l’anticonformista” Sonny Rollins. Ne conseguono le tre sessioni di registrazione – effettuate a New York nel novembre dello stesso anno e nel maggio e ottobre di quello successivo – di 31 brani, pubblicati dall’etichetta Prestige (nello stesso periodo Davis inizia ad incidere anche colla Columbia Records) in cinque lp usciti: Miles, Workin’, Steamin’, Relaxin’ Cookin’. Dopo pochi giorni dalla seconda sessione il trombettista parte alla volta dell’Europa con la “Birdland All Stars” che comprende Bud Powell, Lester Young e il Modern Jazz Quartet. La serie di concerti, organizzati dall’impresario e produttore discografico Norman Granz, prevede una tappa a Torino dove Davis suona insieme al sassofonista Lester Young e una sezione ritmica tutta francese: René Utreger, Pierre Michelot e Christian Garros. Tra il pubblico presente al concerto del 22 novembre del 1956 al Teatro Nuovo del capoluogo piemontese era presente un giovanissimo Enrico Rava, il quale racconta – “All’epoca ero già un appassionato di Miles, ma vederlo dal vivo per la prima volta in quel concerto straordinario al Teatro Nuovo ebbe un tale impatto su di me che dopo quindici giorni comprai la tromba cercando di imparare a suonarla” – e continua – “Lester Young era già da tempo malato, questo gli causava degli impedimenti fisici che non gli permettevano di suonare come un tempo. Essendo però un genio durante il concerto superava tale condizione fisica suonando in maniera strana, obbliqua, mi ricordava da vicino Ornette Coleman. Ma quando all’improvviso entrò Miles tutto cambiò… riuscì in maniera magistrale a mettere tutto al proprio posto”.

Milano, Teatro Dell’Arte – 1964

Nel 1963 Miles Davis dà vita al “secondo quintetto”, una formazione che avrà un’influenza determinante sulle future generazioni di jazzisti mainstream, dagli anni ‘70 fino al revival hard-bop degli anni Novanta e Duemila. Davis avverte la necessita di circondarsi di giovani talentuosi musicisti; i primi ad essere contattati sono il contrabbassista Ron Carter, il ventitreenne “prodigio” del piano Herbie Hancock e il diciasettenne batterista di Boston, Tony Williams. I tre lavorano insieme per la prima volta (insieme al sassofonista George Coleman e il pianista Victor Feldman) nell’album “Seven Steps To Heaven” (Columbia Records), registrato nel maggio del 1963. Nel settembre del 1964 entra nella formazione il trentunenne tenorsassofonista Wayne Shorter (per sostituire nell’ordine Hank Mobley, George Coleman e Sam Rivers). Con questa lineup il quintetto parte per un tour in Europa che include Germania, Francia, Danimarca, Finlandia e come ultima tappa l’Italia. L’11 ottobre del 1964 Davis col suo quintetto, da poco formato, si esibisce al Teatro dell’Arte di Milano, nell’ambito di un Festival Jazz organizzato in collaborazione col promoter George Wein (un secondo concerto andrà in scena al Conservatorio di Milano). Il repertorio include standard, tra cui la celeberrima “My Funny Valentine”, originali – “The Theme” e “All Of Blues” – e “Joshua”, una composizione di Victor Feldman presente nel disco “Seven Steps To Heaven”. Il noto critico Arrigo Polillo, tra gli organizzatori dell’evento, parlando di Miles nel suo libro “Stasera Jazz” racconta – “(Miles) pretende per contratto di suonare prima di ogni altro perché l’attesa lo innervosisce, assicura, ma poi può arrivare in Teatro quaranta minuti dopo l’ora fissata per l’inizio dello spettacolo, quando già il pubblico sta fischiando da un bel po’. Gli deve piacere l’idea di tenere sulle spine qualche migliaio di persone mentre lui se ne sta beatamente sdraiato sul suo letto d’albergo in attesa soltanto di fare la sua tardiva entrata e costringere all’applauso la gente che ha sofferto aspettandolo”. Nonostante lo “stravagante” comportamento, il trombettista regala al pubblico una delle migliori performance dal vivo della sua intera  carriera. Il critico italiano continuando nel racconto della serata scrive – “poi Miles… suonò magnificamente, come in anni successivi non sarebbe più stato capace di fare”. Nel gennaio dell’anno successivo il quintetto registra il primo album dal titolo “E.S.P” (Columbia Records); il lavoro discografico segna l’inizio della palingenesi della visione musicale di Miles Davis con tonalità spigolose e pulsazioni ritmiche inquiete, a cui contribuisce in larga misura la vicinanza alla scena free dei giovani componenti del quintetto. Ma ad “accendere” le sedute di registrazioni e le esibizioni dal vivo vi è soprattutto una considerevole coesione compositiva (Davis scriverà sempre meno brani lasciando l’iniziativa in particolare a Wayne Shorter) e strumentale, tecnicamente raffinata e di altissimo livello qualitativo.

Roma, Teatro Tenda Pianeta – 1982

Nel 1981 Miles Davis dopo un lungo ritiro durato cinque anni “nell’oscurità della sua casa di New York…confinato a letto, dove sarebbe rimasto per il resto del decennio”, ritorna a registrare in studio col fidato produttore Teo Macero e l’aiuto dall’amico Gil Evans per curare gli arrangiamenti. Il risultato è l’album “The Man With the Horn” (Columbia Records), alla cui pubblicazione segue un atteso concerto a New York. L’anno seguente l’album “We Want Miles” (Columbia Records), contenente le tre date (Boston, New York, Tokyo) del tour del “ritorno” sulle scene del trombettista, vince un Grammy come Best Jazz Instrumental Performance. Il pubblico accoglie con entusiasmo il “sopravvissuto” del jazz, come d’altronde succede a Roma, al Teatro Tenda Pianeta il 26 aprile del 1982. Gli appassionati della musica di Davis accorsi all’evento dell’anno non sanno cosa aspettarsi da un genio mai fermo su stesso, abituato come nessuno altro a far parlare con la stessa forza struggente le note e il silenzio posto tra di esse. Ancora volta ad accompagnarlo è presente un manipolo di semi-sconosciuti musicisti. Non sorprende questa scelta, Davis oltre ad essere quel sopraffino musicista che conosciamo, in grado di spaccare critica e pubblico jazzofilo, è sempre stato un abile quanto sagace talent-scout. Un modo ideale per procurarsi da una parte nuovi stimoli, suggerimenti e idee e dall’altra far crescere giovani talenti che proprio grazie a quelle esperienze davisiane  sono diventati negli anni successivi artisti acclamati a livello internazionale. Sul palco del Teatro Tenda Pianeta basta la presenza di Miles, sciamano risorto dalle ceneri, intensa e ipnotica, a mettere in equilibrio i pregi e le mancanze dei cinque componenti del gruppo, a farli sentire partecipi di un tutt’uno musicale: il chitarrista Mike Stern, il sassofonista Bill Evans, il batterista Al Foster, il bassista Marcus Miller, il percussionista Mino Cinelu. La musica espressa sottintende la citazione didascalica di un passato di cui Davis è stato artefice iconoclasta ed insieme un nuovo discorso espressivo e stilistico ancora in fase di gestazione embrionale; a catturare è l’immutata limpidezza del suono, scaturito da un frasario esile ma talmente potente nella sua poetica da contenere l’urlo di un uomo ancora non paco di tante battaglie sopra e fuori dal palco. Il giornalista Marco Molendini dalle pagine de “Il Messaggero” (27 aprile 1982) descrive così il concerto del trombettista americano – “Davis parla difficile, ha costruito un telaio raffinato e complesso, elegantissimo intellettualmente, pieno di sottintesi e di silenzi, spesso talmente improvvisi e inaspettati da farsi ascoltare come se non potessero essere che lì… il primo grido della sua tromba è insieme una frustata ai conformismi e una splendida sorpresa”. Due anni dopo, il 6 luglio del 1984, Miles Davis si esibisce davanti a diecimila persone in Piazza Europa a Terni, nell’ambito del Festival di Umbria Jazz. Il trombettista ritornerà ad esibirsi nella manifestazione umbra nel 1985, 1987 e 1989.

Roma, Decimo Festival del Jazz presso la Scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur – 1986

Miles Davis arriva nell’estate del 1986 a Roma nell’ambito delle sette date della tournée italiana. La cornice è quella della scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro (anche chiamato Colosseo Quadrato) nel quartiere romano dell’Eur. Reduce dal successo dell’album “You’re Under Arrest” (Columbia Records) il trombettista trova un pubblico numeroso e accogliente in tutte le città ospitanti i concerti, tra cui Bari e Milano. Ad accompagnarlo, guarda caso, una nuova formazione composta da giovani promesse della scena jazz-blues statunitense: il chitarrista Robben Ford (allora giovanissimo), il sassofonista Bob Berg, i tastieristi Robert Irving e Adam Holzam, il percussionista Steve Thorton e il batterista Vincent Wilbur, nipote del trombettista. Il repertorio esprime la doppia cifra del percorso di Davis, protesa verso le nuove tendenze del momento e brani presentati al pubblico sin dai primi concerti che avevano segnato l’inaspettato ritorno sulle scene nei primi anni Ottanta: “Jean Pierre”, “Time After Time”, “Street Scenes”. Nell’intervista di Marco Molendini (Il Messaggero 10 luglio 1986) il trombettista chiarisce la sua idea a proposito della rivisitazione di brani estrapolati dalla scena pop – “Prendo quello che mi piace, che sento vicino…Time after Time, per esempio. Quando l’ho registrata tutti mi chiedevano: perché l’hai scelta? E le stesse cose le hanno dette quando volevo registrare Porgy and Bess, tanti anni fa. Se un pezzo mi colpisce sento come un brivido”. A quattro mesi di distanza, a novembre, Miles Davis è di nuovo in concerto in Italia, stavolta a Bologna, a seguito della pubblicazione dell’album “Tutu” (Warner Records). La formazione vede il ritorno del bassista Darryl Jones, dopo l’esperienza con Sting, e un nuovo chitarrista, Garts Webber.

Roma, Stadio Olimpico – 1991

Nell’estate del 1991 Miles Davis intraprende un tour in giro per il mondo. All’inizio di luglio nell’ambito del Switzerland’s Montreux Jazz Festival Davis suona materiale registrato con Gil Evans qualche decennio prima- estratto dai leggendari album Miles Ahead, Porgy and Bess e Sketches of Spain –  accompagnato dall’orchestra diretta da Quincy Jones. Qualche settimana dopo, il 23 luglio, Davis si esibisce allo Stadio Olimpico di Roma. Ad ascoltarlo ci sono ventimila spettatori (nella stessa giornata si esibisce il chitarrista Pat Metheny). Davis dispensa poche note, ma tanto basta per lasciare ancora una volta il segno, per far vibrare nella notte stellata di Roma il suono etereo, senza tempo, della tromba. L’ultimo sussulto concertistico della straordinaria vita musicale di uno dei più influenti musicisti e compositori del ‘900 avviene il 25 agosto dello stesso anno all’anfiteatro Hollywood Bowl. Poco dopo Miles Davis sarà portato in ospedale a causa di un infarto. Morirà il 28 settembre del 1991 dopo diversi settimane di coma, lasciando un vuoto artistico incolmabile.

Paolo Marra

Bibliografia di riferimento:

Miles Davis – The Complete Illustrated History (Voyageur Press, 2012)

Stasera Jazz (Polillo, 1978, 2007)

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