Saint Louis - Tale of the music to come

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Dalla sua inaugurazione nel 1976 il Saint Louis ha visto avvicendarsi negli spazi inizialmente adibiti a jazz club e in seguito a scuola di musica numerosi jazzistici internazionali e italiani. La lunga storia del Saint Louis nei decenni si interseca con quella di altri jazz club e centri didattici della Capitale tracciando le coordinate di un nuovo modo di fruire il concerto dal vivo e al contempo con l’assimilazione e messa in campo di metodologie di insegnamento del jazz progressivamente ottimizzate e adattate ai bisogni e aspettative in divenire di studenti, insegnanti e pubblico. Ma partiamo dal principio, a metà degli anni settanta un gruppo di giovani frequentatori del Music Inn di Pepito Pignatelli prendono in considerazione l’idea di mettersi in società allo scopo di trovare uno spazio dove aprire un jazz club destinato ad un pubblico della loro età. La ricerca si indirizza su un teatro abbondonato a seguito di un incendio in Via Del Cardello nel Rione Monti, per la cui ristrutturazione il gruppo si affida alla competenze di un giovane architetto, Mario Ciampà, anche lui appassionato di jazz. La fisionomia del locale all’indomani dei lavori è quella di un’ampia cantina con tanto di bar annesso, non differente nelle caratteristiche dai pochi jazz club spuntati nei veicoli di Roma, ad iniziare dal Music Inn, con la sua proverbiale umidità e scomodità dei posti riservati al pubblico. A causa di divergenze sulle modalità di gestione degli eventi dal vivo – il gruppo di giovani jazzofili si divide tra tradizionalisti e seguaci del be-bop – il locale viene chiuso per svariati mesi finché lo stesso Mario Ciampà, per rientrare dei costi del lavoro approntati nella veste di architetto, non prende la decisione di acquistare le intere quote dell’impresa. Siamo negli anni dei grandi raduni di giovani venuti da tutta Italia a Perugia per assistere ai concerti in cartellone nel nascente Festival di Umbria Jazz; ad attrarli sono l’entrata gratuita e la comune ideologia sessantottina di comunanza condivisa, libera e antiautoritaria. Non mancano problemi di ordine pubblico (alcuni ospiti stranieri come Dizzy Gillespie a causa degli ingorghi creati dalla folla di spettatori non riusciranno a raggiungere il luogo del concerto per esibirsi) e contestazioni da parte dell’ala maggiormente politicizzata del pubblico verso quei jazzisti ritenuti “borghesi. Incombe sulla forma mentis di un mondo egualitario e libero evocato dalla controcultura giovanile l’ombra dell’utopia infranta contro gli anni di piombo, delle Brigate Rosse, delle manifestazioni contrassegnate da scontri violenti tra antagonisti e forze dell’ordine nelle strade del centro di Roma, degli sfondamenti perpetrati a danni dei teatri tenda e dei locali privati – tra cui lo stesso Saint Louis- in nome della musica gratis per tutti. Insomma anni duri e controversi, contrassegnati da un clima d’opinione esacerbato dalla gravità degli avvenimenti contingenti, nei quali si assiste di converso – o proprio a causa di tale contesto politico-sociale estremizzato – a un fermento artistico portatore di libere iniziative e prese di posizione audaci e coraggiose finalizzate alla diffusione culturale, in questo caso riguardante le varie correnti jazzistiche. In tale contesto in continua evoluzione Mario Ciampà punta ad una proposta concepita senza porre paletti a generi o a derivazioni artistiche appartenenti al jazz tradizionale, al be-bop o al free jazz, una prassi divenuta negli anni seguenti comune a tutti gli eventi festivalieri. A seguito di ciò il Saint Louis jazz club diviene in poco tempo uno dei locali più importanti della Capitale con concerti di musicisti di livello internazionale: il trombettista Dizzy Gillespie, i batteristi, tra più importanti della storia del jazz, Elvin Jones – membro dello storico quartetto di John Coltrane – Max Roach, Kenny Clarke – iniziatore dello stile be-bop al Minton’s Playhouse di New York insieme a Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk e Charlie Christian- il pianista Richard Muhal Abrams – fondatore nel 1965 a Chicago l’AACM (Association for the Advancement of Creative Music) – il trombettista Lester Bowie degli Art Ensemble of Chicago, e ancora Lee Konitz, Archie Sheep, John Pass, Steve Lacy, Freddy Hubbard, Charles Tolliver, David Murray. A questi si aggiungono jazzisti italiani come Massimo Urbani, Enrico Rava, Paolo Fresu, Paolo Damiani, Bruno Tommaso, il “Grande Elenco Musicisti” diretto da Tommaso Vittorini e altri. Oltre a questo modus operandi attuato da Mario Ciampà per creare una rete di contatti e instaurare un vincolo di fiducia con i musicisti stranieri, si prefigurano due elementi di rottura con la visione generale delle “cantine” allora presenti a Roma: la comodità offerta agli spettatori (vengono installate poltroncine da teatro) e l’apertura di una scuola di musica con corsi tenuti nel pomeriggio; gli insegnanti sono gli stessi musicisti che si esibiscono nelle ore serali al jazz club, ricavato togliendo dei panelli utili a dividere gli ambienti del locale. In aggiunta a questo negli anni a seguire diversi studenti alla fine dei corsi diventavano essi stessi didatti, alimentando così un circuito virtuoso di diffusione e apprendimento musicale. Un anno prima dell’apertura del Saint Louis era nata la “Scuola Popolare di Musica di Testaccio”, a seguito dell’occupazione da parte di un gruppo di giovani musicisti – tra cui il contrabbassista e didatta Bruno Tommaso che supporterà Mario Ciampà nell’organizzazione del Saint Louis – di un vecchio stabile abbondonato nello omonimo quartiere romano. Quest’ultima istituzione scolastica si pone, negli intenti e finalità, in continuità con la precedente esperienza del corso di jazz tenuto dal pianista e compositore Giorgio Gaslini (nel biennio 1972-73) al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, per quanto riguarda la libera autonomia gestionale di un aggregato di musicisti-insegnanti con corsi gratuiti aperti a tutti. Dall’altra parte l’impronta del Saint Louis ruota intorno ad un “organizzatore”, Mario Ciampa, responsabile della gestione dei corsi tenuti da insegnanti stipendiati e, aspetto ancora più importante, con un’attenzione privilegiata nei confronti della qualità e continuo aggiornamento, come accennato prima, dell’insegnamento profuso. Infatti negli anni a seguire il Saint Louis oltre ad organizzare seminari tenuti da Maestri del jazz come Dizzy Gillespie, Paul Motian, Marc Johnson, Bob Stoloff, Giovanni Tommaso, Fabrizio Bosso, Robben Ford, Peter Erskine, ha visto tra il novero di insegnati nomi di spicco del jazz italiano come Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Danilo Rea, Marcello Rosa, Umberto Fiorentino, Amedeo Tommasi, Rosario Giuliani e molti altri. Nel 1996 si esaurisce “l’avventura” artistica del jazz club “Saint Louis” per lasciare interamente spazio alla Scuola di Musica con corsi non soltanto indirizzati al jazz ma anche ad altri generi come il rock, pop e musica elettronica. Infine, con la direzione di Stefano Mastruzzi, dal 1998 il Saint Louis si è imposto come uno degli atenei musicali più prestigiosi a livello internazionale anche in virtù di un sempre maggiore numero di iscritti agli anni accademici. Rimane sullo sfondo della storia decennale del Saint Louis la necessità di guardare con attenzione alla preparazione della generazione di musicisti che verrà e al loro avanzamento verso un futuro prossimo, per immaginare la musica del domani. Un manifesto programmatico leggibile nello stesso nomen omen of the jazz club prima e dell’ateneo dopo, per alcuni accostato al nome di Luigi Toth, uno dei fondatori insieme a Mario Ciampà del jazz club “Saint Louis”, e in seguito di un altro jazz club della Capitale, “Il Mississippi”, dove molti affermati jazzisti italiani negli anni settanta hanno mosso i loro primi passi, per altri invece un velato omaggio al giovane trombettista Louis Armstrong, cresciuto musicalmente negli anni venti del novecento a New Orleans, la città da dove tutto ebbe inizio.

Paolo Marra

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