Tra Roma e Milano – “A Long Way” di Enrico Pieranunzi

EDITORIALI

Il secondo disco in piano solo del pianista e compositore Enrico Pieranunzi, “A Long Way” viene inciso nel 1978, due anni dopo il primo dal titolo “The Day After The Silence”. Il lavoro discografico viene inciso per la serie “Jazz From Italy”, licenziata dall’etichetta Carosello Records (sottomarca delle Edizioni Musicali Curci) del produttore Mario Rapallo (tra i jazzistici prodotti dalla label, soprattutto della scena milanese, ricordiamo, tra gli altri, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli, Eraldo Volontè, Tullio De Piscopo). Tre anni prima, il pianista si era imposto come rivelazione della nuova scena jazz italiana con l’album “Jazz a Confronto 24” licenziato, in questo caso, dalla label romana Horo del produttore siciliano Aldo Sinesio. Il disco documenta l’incisione del primo trio di Enrico Pieranunzi con il contrabbassista Bruno Tommaso e il batterista danese Ole Jorgensen. Quest’ultimo era arrivato in Italia grazie al pianista e cantante Bruno Martino, all’epoca molto famoso in Danimarca, per un ingaggio in Versilia dove il giovane danese aveva conosciuto una ragazza italiana sposandola dopo poco. In seguito Ole Jorgensen sarà sostituito dal pianista romano col giovane batterista Roberto Gatto.

“A Long Way” viene realizzato in un’epoca in cui gli ambienti jazzistici di Roma e Milano si presentavano diversi e distanti tra loro, tanto da non permettere ai musicisti delle due città di conoscersi e suonare insieme, se non in rari casi. Inoltre, da una parte il capoluogo lombardo rappresentava il centro dell’editoria italiana, con case editrici come la Mondadori e la Rusconi e la sede della rivista Musica Jazz, fondata da Giancarlo Testoni e Arrigo Polillo, dall’altra la Capitale era il centro della cinematografia italiana nella quale una folta schiera di jazzisti avevano trovato, tra gli anni Sessanta e Settanta, opportunità lavorative nella realizzazione di colonne sonore di Maestri come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Armando Trovajoli e altri. Visto la dicotomica fisionomia delle scene artistiche e culturali dei due principali centri urbani italiani, non è difficile comprendere la ragione per cui per un jazzista della scena romana registrare nel capoluogo lombardo rappresentasse un’eccezione alla regola, quanto un riconoscimento “nazionale” al lavoro artistico fin lì realizzato. Tale opportunità viene concessa da Mario Rapallo ad Enrico Pieranunzi grazie all’intercessione del noto critico Franco Fayenz. Nelle note di copertina dell’album il critico pone l’attenzione sul rapporto del pianista con la musica classica, facendo un confronto tra l’agogica del pianista romano e quella del pianista austriaco Friedrich Gulda. Tra i più autorevoli pianisti del xx secolo, Gulda durante la sua carriera ha interpretato con maestria la letteratura musicale classica e contemporanea di Beethoven, Bach, Mozart, Debussy e altri. Si è interessato, inoltre, come compositore ed esecutore al connubio tra jazz e musica classica (passione per il jazz che aveva condiviso durante i studi accademici con il pianista austriaco Joe Zawinul, ma anche collaborando in seguito con Chick Corea).

Franco Fayenz scrive – “La sua dimestichezza con i due linguaggi (classico e jazzistico) è tanto impeccabile quanto singolare. Perfino in Friedrich Gulda quando suona jazz si avverte il concertista nelle note perlate, nei trilli e negli arpeggi. Pieranunzi invece ha un feeling jazzistico totalmente assimilato, anzi, forse connaturato alla sua personalità, sia che improvvisi su temi altrui, sia che interpreti le sue stesse composizioni”.

La seduta di registrazione del disco viene bruscamente interrotta dalla tragica notizia del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e dell’uccisione di due carabinieri e tre poliziotti di scorta da parte di un nucleo armato delle Brigate Rosse, avvenuto il 16 marzo del 1978 (sulle note di copertina dell’album viene erroneamente riportata la data “february 10 – 1978″). Questo avvenimento rappresenterà uno spartiacque nell’assetto sociale e di converso politico italiano con un forte eco sulle coscienze collettive rispetto a rinnovate aspettative per il futuro e la volontà di lasciarsi alle spalle il periodo degli “anni di piombo”. Il rinnovato clima di opinione risultante dall’uccisione del politico italiano troverà la sua ragione d’essere nella ricerca, da parte dell’ascoltatore-fruitore dei prodotti culturali, di una spensieratezza perduta e l’avvio di un graduale allontanamento dalla musica, cantautorato impegnato e free jazz, legato a doppio filo con l’onda di protesta e le filosofie anti-sistema dei movimenti vicino all’ala antagonista della sinistra, divenuti punti di riferimento nel decennio degli anni Settanta per il pubblico giovanile. Si profila, per cui, un cambiamento di orizzonti musicali in seno al jazz in favore del filone mainstreim e fusion che coinvolgerà numerose formazioni negli anni Ottanta.

Paolo Marra

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