Verso le grandi città – Incontri e Sperimentazioni

EDITORIALI

Verso le grandi città - Incontri e Sperimentazioni, l'editorialeDalle origini del jazz i musicisti si sono costituiti come portatori di una musica itinerante, senza patria né tantomeno barriere razziali e culturali. Viaggiando da una città all’altra degli Stati Uniti, da New Orleans a Chicago, a New York, alla West Coast e, in seguito, dal Nuovo Mondo al Vecchio Continente, i jazzisti sono andati alla ricerca di un habitus dove assimilare gli elementi necessari a trasformare ciò che fino ad allora si era fatto in termini di forme ed espressioni musicali. Questa spinta propulsiva, nella maggioranza dei casi, ha dato esiti inaspettati perché non pianificata ma nata nel contesto di incontri e collaborazioni occasionali, frutto della reciproca volontà dei musicisti di innovare il linguaggio jazzistico.

Nel solco di questa filosofia alla fine degli anni Sessanta giovani strumentisti provenienti da varie regioni d’Italia si spostano a Bologna, Torino, Milano e in particolare a Roma, in quel periodo epicentro di un rinnovato fermento jazzistico, ma non solo, anche cinematografico e letterario. L’ambiente artistico della Capitale offre un ventaglio di opportunità di studio e pratica della materia jazzistica irrinunciabili per un giovane aspirante, con l’aggiunta di un contatto diretto con le nuove correnti dell’avanguardia afro-americana ed europea, al fine di accrescere le competenze tecniche ed espressive. Tra questi musicisti troviamo il pianista meranese Franco D’Andrea: trascorre due anni di “apprendistato” a Bologna, suonando nelle cantine frequentate da personaggi come Alberto Alberti (in seguito diventato produttore discografico e organizzatore di festival), il pianista Amedeo Tommasi e Lucio Dalla (prima di diventare un famoso cantautore Lucio Dalla si mette in evidenza nel circuito bolognese come clarinettista di jazz tradizionale, nonché profondo conoscitore dei lavori di Thelonious Monk).

Nel 1963 D’Andrea si trasferisce a Roma grazie all’intercessione del contrabbassista Maurizio Majorana, che aveva fatto parte alla fine degli anni cinquanta della Seconda Roman New Orleans Jazz Band, per entrare, in seguito, nella formazione del trombettista Nunzio Rotondo. Ed è proprio con il quartetto di Nunzio Rotondo, con lo stesso Majorana e Roberto Podio alla batteria, che il pianista si esibisce in diretta radiofonica dagli studi della RAI in Via Asiago 10. Ormai integrato nella scena jazz romana Franco D’Andrea viene ingaggiato dal contrabbassista Carlo Loffredo nella band del “Clubino”, situato nello scantinato del night “Crazy Club” in Via Lazio, traversa di Via Veneto, strada della “Dolce Vita” capitolina. Al “Clubino” D’Andrea suona col batterista Massimo Rocci (diventato in seguito un richiesto tecnico del suono) e il batterista Gegè Munari. Quest’ultimo nato a Fratta Maggiore in provincia di Napoli in una famiglia di musicisti – il padre è contrabbassista e il fratello Pierino batterista – si era trasferito agli inizi degli anni Sessanta a Roma. D’Andrea e il batterista campano si ritroveranno poco dopo nel quintetto ospite fisso del club romano “Il Purgatorio”, locale a metà strada tra un jazz club e una pizzeria situato nel ristorante “Meo Patacca”, aperto nel quartiere di Trastevere dal californiano Remington Olmsted (ex comparsa in alcuni film girati a Cinecittà) e da sua moglie Diana Varè. Nella resident band del locale trasteverino sono presenti il sassofonista argentino Gato Barbieri (conosciuto da Franco D’Andrea a casa del pianista, cantante e showman Lelio Luttazzi), il trombettista Enrico Rava e, a fase alterne, i contrabbassisti Gianni Foccià, Giovanni Tommaso e Bruno Tommaso (ad alcune esibizioni parteciperà anche Pepito Pignatelli, futuro fondatore del Music Inn, nella veste di batterista).

Nel 1965 Franco D’Andrea ritorna a Milano per restarvi fino al 1967. L’anno dopo è di un nuovo a Roma in un appartamento in Via Frigerio, in Zona Balduina, ribattezzata via “Free Jazz” perché vi abitano diversi musicisti provenienti dal Nord Italia, assunti o trasferiti dalla RAI a Roma nelle Orchestre di Ritmi Moderni e della “Televisione”: Gianni Basso, Franco Tonani, Oscar Valdambrini, Dino Piana e altri. Qualche anno dopo, nel 1968, arriva a Roma anche Enrico Rava, ospitato nell’appartamento del contrabbassista Marcello Melis a Trastevere. Originario di Cagliari (Sardegna) Melis si era trasferito a Roma, entrando in contatto con l’esuberante scena alternativa del “Folkstudio”, nella cui programmazione accanto al folk e al cantautorato impegnato trovano spazio, grazie alla presenza del sassofonista napoletano Mario Schiano, formazioni di free jazz.  Insieme a lui e Franco Pecori, Marcello Melis aveva fondato nel 1966 il “Gruppo Romano Free Jazz” ospite regolare del locale alternativo di Via Garibaldi.

Affascinato dalla rinnovata scena jazzistica romana, crogiolo di stili diversi, dal jazz tradizionale al bop fino ad arrivare ad azzardate sperimentazioni all’interno della libera improvvisazione, Franco D’Andrea si imbatte nei concerti al Music Inn di protagonisti dell’avanguardia afro-americana come il batterista Don Moyè (in seguito membro degli Art Ensemble of Chicago). L’ascolto e la seguente introiezione di tale incondizionata natura espressiva lo spinge ad approfondire la musica seriale e dodecafonica nell’ambito del free jazz; nasce così il “Modern Art Trio” insieme al polistrumentista Franco Tonani, con cui aveva inciso nel 1964 a Milano il disco “Night in Fonorama”, e il contrabbassista Bruno Tommaso; il trio incide nel 1970, al Sound Work Shop di Piero Umiliani, il primo ed unico album omonimo. Quattro anni dopo, nel 1972, Franco D’Andrea fonderà a Roma, insieme al contrabbassista Giovanni Tommaso, il gruppo “Il Perigeo”, dando vita alla fortunata stagione elettrica nell’ambito jazz-rock durata fino al 1976.

Nello stesso periodo arrivano a Roma altri giovani musicisti, tra cui il pianista e fisarmonicista Antonello Salis, col suo gruppo “I Cadmo”, fondato ad Alghero, in Sardegna, col bassista Riccardo Lay e il batterista Mario Paliano. Spinti dalla voglia di far conoscere i loro brani, a cavallo tra rock-progressive e free jazz, si accampano con un furgone, nel quale dormono e cucinano su di un piccolo fornello, fuori dai vari club della Capitale. E’ soltanto il difficile preludio a svariate collaborazioni ed incontri con grandi musicisti statunitensi al Music Inn e al Saint Louis – Charles Mingus, Dexter Gordon, Lester Bowie, Ornette Coleman – e la registrazione, nel 1975, del loro primo album dal titolo “Boomerang“.

Negli anni a seguire altri musicisti si avvicenderanno sulla scena jazzistica romana per arrivare, restare e partire, portando con sé incredibili esperienze e ponendosi come piccoli tasselli di unico mosaico artistico.

Paolo Marra

Nella foto, di Giancarlo Roncaglia, (estratta dal libro “L’Italia del Jazz” di Adriano Mazzoletti) il pianista Franco D’Andrea e il giornalista, scrittore, conduttore radiofonico Adriano Mazzoletti.

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