La leggenda del pianista sulla luna

Turnaround

È stato difficile – e continuerà a esserlo per molto a lungo, ancora – trovare un modo per ricordare Amedeo Tommasi, per riempire il vuoto improvviso della sua scomparsa silenziosa, forse l’unica stecca di uno dei migliori musicisti del nostro tempo.

Si è andati alla ricerca affannosa di immagini, fotogrammi strappati a un passato più o meno recente. Si è andati alla ricerca, altrettanto affannosa, di suoni, brani, testimonianze sonore, per poi accorgersi che, in verità, Tommasi la sua storia musicale l’aveva raccontata altrove, non certo sui dischi.

Si è andati, infine, alla ricerca di parole – la più difficile, la più dolorosa, perché si attacca al senso delle cose – per accorgersi che no, non c’erano parole forti a sufficienza, larghe a sufficienza, pesanti (o leggere: è lo stesso) a sufficienza per raccogliere appena un sorso, uno spicchio della sua umanità, figuriamoci il resto. Tranne una, che sebbene imprecisa (come spesso sono le parole) è stata usata, quasi fosse un mantra, un talismano contro la morte: leggenda. Leggenda. Certo, Amedeo Tommasi una leggenda lo è stata per davvero: quando ha indicato una strada nuova al jazz italiano negli anni Sessanta; quando ha collaborato con Chet Baker (il fotogramma dei due, sorridenti e spensierati, si è molto visto); quando ha vestito di suoni pellicole cinematografiche e canzoni leggere. Leggenda Tommasi lo è stato perché sapeva cose che gli altri non sanno, alle quali per arrivarci bisognava attraversare territori inesplorati, e i suoi insegnamenti erano altrettanto leggendari, come le sue lezioni. Lo è stato, infine, perché ha legato il suo nome a un celebre, e bellissimo, film “La leggenda del pianista sull’Oceano”,  di Giuseppe Tornatore. Opera titanica (in fondo, sempre di grandi navi di parla, ma qui ad affondare è l’umanissimo protagonista), smisurata, eccessiva; un kolossal tratto da un monologo di poche pagine (“Novecento”, di Alessandro Baricco): per dire che, in verità, bisogna essere bulimici di emozioni per pensare una roba così, e metterla in scena.

Non è un caso – lo capite, no? – che Tommasi abbia dato, a quel film, non solo parte della colonna sonora, ma anche se stesso, la sua figura, il suo corpo, quella rotondità che è come il segno inconfondibile di un vignettista. Lo si vede in uno degli ultimi fotogrammi; alla fine del suo lungo, e apparentemente improbabile, racconto, il trombettista esce dal negozio di strumenti musicali imbracciando la sua vecchia tromba, mentre un signore accorda un piano a coda, in silenzio, la sinistra sulla tastiera, la destra che agisce sulle corde, volgendo un fugace sguardo in direzione della camera, a voler dire: lo so, è vero, l’ho visto, io c’ero.

In questa improvvisa sintonia, nella vicinanza assai sghemba tra realtà e finzione, non è difficile intercettare quanto l’immaginario T.D. Lemon Novecento, un nome da predestinato, e l’umano troppo umano Amedeo Tommasi, un nome normale, da geometra o pediatra,  avessero in comune: la capacità di vedere (e sentire) le cose da una prospettiva diversa. Ma mentre Novecento dalla nave finirà per non scendere mai (perché non vedeva la fine del mondo esterno, senza sapere che quello era appena l’inizio), Tommasi sapeva vedere oltre, al di là di tutto. Altrove.

Il fotogramma che mi piace ricordare l’ho estratto da un video di pessima qualità che gira in Internet, una vecchia registrazione televisiva. È il 19 luglio 1969, giorno che avrebbe cambiato la vita a molti di noi. Il mondo sta col naso all’insù, aspettando che l’uomo conquisti la Luna. Nella lunga serata che la Rai organizza per ingannare l’attesa c’è anche Amedeo Tommasi, alla testa del suo trio (Bruno Tommaso e Bruno Biriaco) introdotto da un insolitamente nervoso Oreste Lionello. Alle sue spalle, una enorme, rotonda luna di plastica. Ecco, il senso di quella rotondità mi sembra rappresenti il senso di un percorso inimitabile. Tommasi partecipava della sfera, era una costellazione, in cui abitavano lingue, dialetti e sensi di una musica che spesso soltanto lui riusciva ad ascoltare.

Non era sempre facile, per dirla con Fossati. Né allineato: una volta, parlando in pubblico, disse che gli sembrava assurdo che il Ministero dovesse dire a lui come si insegnasse il jazz. Semmai, sarebbe stato più giusto il contrario. Tommasi non lo si poteva incasellare in uno schema, in un modello. Lui era musica. La musica che ci gira intorno.  (continua)

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