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LE INTERVISTE

Antonio Solimene

Grazie alla visibilità e alla contestualizzazione europea raggiunte con Italian Jazz on The Road, è nato Italian Jazz C.R.E.A. che ne amplia il potenziale divulgativo, al fine di distribuire in tutto il mondo musica originale e sperimentale di jazz italiano.

Cosa ne pensa di questo progetto?
R: Con Italian Jazz C.R.E.A. il Direttore Stefano Mastruzzi ha voluto dare spazio ai compositori e agli arrangiatori e per la prima volta abbiamo varcato l’oceano. Un inizio folgorante! Neanche io avrei immaginato che un progetto di questo tipo potesse apportare a me, in primis, (perché non si finisce mai di imparare: si è insegnanti solo se si continua ad ascoltare il cambiamento della musica moderna nel mondo!) e soprattutto ai ragazzi che hanno avuto in quest’ultimo anno un arricchimento di dimensioni enormi, raggiungibile solo dopo tanti anni di studio. Un arricchimento pratico, vicino alla realtà. Non è da escludere che possa esserci anche una seconda edizione di Italian Jazz C.R.E.A. Si è ipotizzata la possibilità di intraprendere un Erasmus con l’Università del North Texas, una cosa esclusiva con una delle più qualificate università di tutti gli Stati Uniti d’America che permetterebbe ai nostri alunni di arricchire il percorso accademico con rinnovata competenza.

Con Italian Jazz C.R.E.A. è stato ospite dell’Università del Nord Texas insieme ai due allievi del biennio in composizione e arrangiamento jazz, Gabriele Ceccarelli e Filippo Minisola.

Quali sono le sue considerazioni su quest’esperienza vissuta da lei e dai suoi allievi?
R: Riassumere tutta l’esperienza vissuta è molto difficile. Il lavoro è andato ben oltre le nostre aspettative. Gli obiettivi proposti erano ambiziosissimi: uscire fuori dall’Europa in un confronto internazionale, con sistemi e meccanismi lontani dalla nostra routine e, come se non bastasse, nella patria del jazz. In fondo noi europei siamo accomunati da una sorta di modifica del jazz, ma andando in America ci confrontiamo con quella che è la radice più reale, più naturale del jazz. È quindi inevitabile nascondere un po’ di soggezione e di preoccupazione. I ragazzi sono stati accolti benissimo dalla struttura, Richard De Rosa è stato disponibilissimo, una persona alla mano nonostante il suo curriculum faccia invidia a chiunque: ha diretto e ha scritto per le più prestigiose realtà mondiali. Ci ha accolto con tranquillità, con gioia, con piacere. Abbiamo avuto un confronto con le orchestre, abbiamo ascoltato e assistito anche alle prove. Ce ne sono nove di orchestre, formate da venti musicisti che si alternano quotidianamente con prove di cinquanta minuti. Già solo l’organizzazione che c’è è stato motivo di stupore! La serietà con cui gli studenti dell’Università del Nord Texas affrontano questa prova è stata veramente al di sopra di ogni mia aspettativa. È un Campus, una realtà che noi possiamo condividere in parte, dove gli studenti vivono e non hanno le variabili dello sciopero della metro del venerdì! Lo spazio che ci è stato dedicato è stato abbastanza ampio. I ragazzi hanno provato e si è preferito far dirigere l’esecuzione delle loro composizioni dal M° Richard De Rosa perché il linguaggio, il confronto era già di per sé un evento complesso: per lasciare che i ragazzi prendessero la pratica con quel tipo di situazione e di orchestra ci sarebbe voluto qualche giorno in più.

Prima della partenza c’è stata una skype-class dei compositori e arrangiatori di Italian Jazz C.R.E.A. con il M° Richard De Rosa, in collegamento dal Texas. Direttore di composizione e arrangiamento Jazz presso la North Texas University, il maestro De Rosa è stato ospite del Saint Louis lo scorso anno: ha diretto la Saint Louis Big Band e tenuto Masterclass di composizione e arrangiamento.

Cosa ne pensa del metodo didattico del M° De Rosa? Ha riscontrato delle differenze rispetto a quello italiano?
R: Il M° Richard De Rosa è una persona autorevole, ma non autoritaria. Riesce con il peso della sua competenza ad ottenere attenzione e credibilità assoluta. Ho seguito alcune sue lezioni all’Università, i corsi sono tenuti in classi con quaranta-cinquanta persone; ci sono poi sub-docenti, ottimi allievi del Maestro che prendono piccoli gruppi di studenti da cinque o da dieci e fanno delle lezioni di supporto e di approfondimento. Ho notato una dinamica universitaria quasi come si stesse insegnando medicina: il professore autorevole tiene la lezione con presentazione power point, grandissima chiarezza e tanta serietà. Il jazz è nella loro storia, è un po’ come il nostro vissuto nell’ambito della musica classica. Per noi europei esiste una gerarchia musicale: al primo posto la musica classica, seguita dal jazz e dalla popular music. Per gli americani medicina, musica jazz, ingegneria, sono ambiti presi tutti con lo stesso rigore e con la stessa serietà. Noi abbiamo il jazz nelle istituzioni nazionali da vent’anni, loro lo hanno inventato e quindi ce l’hanno nella loro routine.

Anche per quanto riguarda le esecuzione realizzate dall’orchestra accademica texana, ha notato delle differenze rispetto alle esibizioni italiane?
R: Se un italiano impara a parlare inglese o americano, un po’ si sente sempre che è un europeo che parla. E funziona così per lo swing e per la pronuncia jazzistica che noi impariamo da loro. Inevitabilmente nel momento in cui suoniamo il jazz, noi europei siamo emulativi. Non per sminuire la nostra visione jazzistica, perché abbiamo scritto e coniato una musica jazz europeizzata, che ha una visone altrettanto interessante. Ci sono anche molti musicisti americani che sono abbastanza vicini ad un sistema jazzistico più di natura euro-colta. Ma è come se un americano suonasse la tarantella: sicuramente non avrebbe quella fluidità, quella naturalezza, quella leggerezza e quel senso di appartenenza della cultura napoletana. Con Italian Jazz C.R.E.A. il confronto assume valore e altezza di contenuti proprio perché ci stiamo rivolgendo alla fonte, alla radice essenziale: l’America. Parlare di pronuncia, di improvvisazione, di swing, di groove, di timing, per gli americani è uno slang innato. Ho visto che mai il M° De Rosa quando ha diretto l’orchestra si è dovuto spendere per migliorare una pronuncia. Qui, durante le lezioni, spesso molti interventi di noi docenti sono di correzione di pronuncia, per aiutare i nostri allievi a capire com’è lo slang, lo swing, il timing di un determinato passo musicale.

A novembre ultima tappa del tour internazionale. Questa volta si vola in Spagna, a Pamplona, e sarà l’orchestra del Conservatorio Superior de Musica de Navarra ad eseguire le composizioni degli allievi del Saint Louis con la Special Guest Javier Girotto.

Cosa si aspetta da questa esperienza?
R: Italian Jazz C.R.E.A. è stato un percorso molto ricco: abbiamo invitato De Rosa e siamo andati da lui, abbiamo invitato Iňaki Askunze e adesso andiamo da lui. È uno scambio a 360°: loro conoscono il nostro mondo e noi conosciamo il loro. So che sarà diverso. Andando in America abbiamo voluto incontrare la realtà pura del jazz; andando in Spagna abbiamo voluto incontrare il mondo delle contaminazioni artistiche, perché il jazz non vuol dire solo jazz della tradizione. Ormai ha raggiunto un significato molto più ampio, in cui abbraccia una marea di stili, e in questo Javier Girotto entra a pieno titolo. A Pamplona porteremo i brani di Javier Girotto che seguono una tradizione contaminata dal nuevo tango, dalla musica argentina e da quella del Sud America. Tutti i brani originali di Javier sono stati arrangiati dai ragazzi del biennio in arrangiamento e composizione Gabriele Ceccarelli e Filippo Minisola che dirigeranno l’orchestra del Conservatorio Superior de Musica de Navarra durante il concerto. La serata sarà caratterizzata da una sinergia di elementi spaventosa: la cultura argentina, la scrittura di arrangiatori italiani cresciuti al Saint Louis, il confronto con una realtà spagnola che mantiene punti in comune con l’Argentina e che ha punti in comune con la visione jazzistica che abbiamo conosciuto in Texas.

Ti volevo raccontare un episodio che mi ha molto colpito. C’è stato un momento in cui il nostro Richard De Rosa stava provando il pezzo di Gabriele Ceccarelli con l’orchestra diretta dalla direttrice residente della Three o’Clock lab Band, che fra l’altro a breve sarà docente Berkeley e che non era contenta di come il batterista stava suonando il pezzo. Allora ha chiesto a Richard De Rosa di andare alla batteria, ha chiamato l’allievo batterista, l’ha fatto accomodare vicino a lei e ha diretto il pezzo. Ci siamo trovati in una situazione in cui l’incrocio delle competenze e dei momenti creativi internazionali è stato pazzesco. Per cui c’era: l’orchestra che stava suonando un brano di un allievo italiano diventato motivo di integrazione didattica e di amplificazione, perché il brano aveva inevitabilmente influenze euro-colte perché i ragazzi hanno portato lì il loro universo. Quindi il direttore che è diventato batterista, l’allievo che ascoltava quello che il maestro aveva da dire… Un’occasione di integrazione che mi ha prodotto un’emozione grandissima! Vedere l’evoluzione dei ragazzi e partecipare all’esplosione internazionale dei loro lavori è stato estremamente eccitante e motivante per tutti!

Filippo Minisola

L’esperienza di Italian Jazz C.R.E.A in America è senza dubbio un’avventura che porterò sempre nel cuore, sia per gli incontri che ci hanno coinvolto in Texas, sia per i compagni di viaggio con cui l’abbiamo vissuta.

Una delle cose più affascinanti è stata sicuramente la possibilità di immergerci in una realtà distante (geograficamente e culturalmente!) dalla nostra. L’impatto della prima visita al Campus della University of North Texas è stato folgorante: una vera e propria città di studenti e insegnanti, frenetica, convulsa, appassionata, travolgente, che irradiava energia e voglia di lavorare e crescere insieme, immersi in un clima di collettività e di comunità.

Tra le migliaia di studenti che affollavano il Campus a qualunque ora, c’erano quelli delle numerose Big Band dell’università. Noi abbiamo avuto l’onore di avere dei brani eseguiti dai fantastici ragazzi della Three O’Clock Lab Band; è stato molto interessante ed istruttivo vederli lavorare con tanta professionalità (nonostante la giovane età) e a ritmi molto intensi e frenetici su dei brani che, a tratti, presentavano caratteri lontani dalla cultura Jazz “tradizionale”; infatti, mentre noi ci immergevamo nella loro cultura, abbiamo portato attraverso la nostra musica alcuni aspetti della nostra, con cui loro hanno dovuto confrontarsi, e questo ci ha condotto ad una forma preziosa di comunicazione.

Vera “pepita d’oro” del nostro viaggio è stato l’incontro con il M° Richard De Rosa, che ci ha guidati come un vero Cicerone tra gli spazi sconfinati del Texas, contraddistinto sempre da una rara umanità; è stato lui a dirigere i nostri brani con acuta sensibilità. Durante le sue lezioni, che abbiamo avuto la fortuna di seguire, sono rimasto colpito dalla straordinaria capacità di affrontare gli argomenti più tecnici da un punto di vista squisitamente emotivo, comunicativo, sempre in bilico tra tecnica ed ispirazione, creando una splendida sintesi dell’arte e dell’artigianato che costituiscono questo mestiere.

Gabriele Ceccarelli

Il viaggio in America, all’Università del North Texas, è stato in primis una bellissima esperienza culturale: incontrare una cultura così diversa dalla nostra è stato emozionante. Vivere nel Campus, quasi come se fossi un texano, questa è stata la cosa che mi è piaciuta di più in assoluto, oltre ovviamente agli aspetti musicali, professionali.

Difficile sentirsi parte integrante del loro mondo: abbiamo vissuto l’esperienza da ospiti, da persone estranee alle loro dinamiche universitarie. Lì è tutto completamente diverso rispetto a come noi siamo abituati a vivere l’università. Tutti sono stati piacevolmente disponibili, anche semplicemente nel rendere noi ospiti partecipi di quello che facevano. Abbiamo seguito due ore di lezione privata con il M° Richard De Rosa che lui stesso ci ha proposto di fare, oltre ad averci permesso di assistere ad alcuni dei suoi appuntamenti accademici.

Preciso e coinvolgente, il M° De Rosa chiedeva attenzione e partecipazione. È un fantastico docente, davvero uno dei migliori che abbia mai conosciuto. Lavorare al mio brano con i musicisti della Three o’ Clock Lab Band, sotto la direzione del M° De Rosa e con la partecipazione del M° Solimene è stato uno dei momenti più belli dell’intera esperienza. Non solo l’esibizione in sé, ma soprattutto le prove! Partecipare e vedere come il maestro dirige e lavora è stato emozionante. Incontrare un mondo che è diverso dal tuo ti dà possibilità di crescita infinite.

Questo percorso è stato una grande occasione di crescita anche soltanto osservando quello che ci siamo trovati di fronte. Tutto molto stimolante!

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