Se Sheila Jordan ha fatto un patto con il diavolo, sembra aver fatto un buon affare. A 82 anni, la più intrepida vocalist del jazz suona come una donna con la metà dei suoi anni.

Ha superato quasi tutto ciò che la vita può proporre: tra una logorante povertà rurale, poliziotti violenti che la molestarono perchè usciva con uomini neri, affannandosi per decenni per concerti nell’oscurità e i propri demoni guidati dall’alcol.

Niente di ciò l’ha scoraggiata. Oggi è praticamente l’unica sopravvissuta dell’era del bebop, e ad ogni concerto canta le lodi per il suo compianto amico Charlie Parker. In molti modi la Jordan ha cercato e voluto la grandezza. Nata Sheila Jeanette Dawson da una ragazza madre adolescente e cresciuta nella regione del carbone in Pennsylvania, trovò una famiglia accogliente nella scena bebop di Detroit a metà degli anni ’40.

Essendo una giovane donna bianca che frequentava i locali del jazz nero, l’aspirante cantante subì le angherie dei poliziotti della Motor City e sollecitata da Parker partì per New York City nel 1951.

“Quei poliziotti non mi avrebbero impedito di rispondere alle chiamate,”dice la Jordan dalla sua casa di Middleburgh, NY. “Sapevo di aver ragione e loro torto. Pensavo che una volta arrivata a New York sarebbe stato diverso, ma fu difficile anche lì. Ci furono un sacco di ostacoli lungo la via, ma sapevo che sarebbe andato tutto ok. Questa musica mi ha salvato la vita in molti modi e continua ancora a salvarmela.”

Prima che le università si degnassero di insegnare jazz, trovò una istruzione rigorosa in armonia e teoria musicale studiando con il bassista/compositore Charles Mingus ed il pianista Lennie Tristano, un guru per molti dei più avventurosi improvvisatori dell’epoca.

Nel 1952 sposò il pianista Duke Jordan, che aveva suonato in sessioni fondamentali di bebop con Parker per la Dial (con il quale divorzierà dieci anni dopo).
Trovò ingaggi semi-regolari in alcuni piccoli locali newyorkesi e fece il suo debutto discografico nel 1962, quando il visionario pianista/compositore George Russell, la reclutò per cantare un accordo sorprendentemente avanzato di “You Are My Sunshine” per la la sessione del 1962 “The Outer View.” con l’etichetta Riverside.

Quello stesso anno, Russell la fece ingaggiare dalla Blue Note, dove divenne la seconda donna a registrare per l’etichetta, con il classico album “Portrait of Sheila.”
Ma avendo una figlia da crescere, mise la sua carriera di jazz in secondo piano ed iniziò a lavorare nell’ala di ricerca dell’innovativa agenzia di pubblicità Doyle Dane Bernbach (“Ogni volta che avevano bisogno di qualcosa con un suono jazz, mi chiamavano per registrare lo spot”).
Benchè l’album con la Blue Note le portò un seguito di culto, la Jordan non registrò più per un decennio, quando collaborò con altri avventurieri come Carla Bley e Roswell Rudd.

Alla fine degli anni ’70, iniziò un tour con lo Steve Kuhn Quartet, un rapporto che portò ad un paio di acclamati album per la ECM. In questo stesso periodo forgiò un potente legame creativo con la band del virtuoso bassista Harvie Swartz (ora Harvie S), che portò ad un tour e a registrazioni insieme per un duetto senza precedenti.

L’esplosione tardiva della carriera di Jordan ricevette una spinta quando nel 1986 perse il suo lavoro con la Doyle Dane Bernbach; questo le permise una maggiore libertà artistica.
“Al momento iniziai a piangere ma poi una voce mi disse: ‘Hai pregato per avere l’opportunità di cantare di più, allora prendi i soldi e vai,”’, ricorda. “Avevo 58 anni quando è successo e non mi sono mai più guardata indietro. Ed è andata sempre meglio. Ho ottenuto concerti meravigliosi ed ho appena ricevuto il NEA Jazz Masters, sono ancora sotto shock.”

Artista estremamente generosa che ha fatto da mentore a generazioni di aspiranti cantanti, la Jordan si è reinventata come educatrice, lanciando l’innovativo programma di canto jazz presso l’Università di Graz in Austria con Mark Murphy. Lei continua ad essere un faro per cantanti esplorative come Dominique Eade.

In concerto, la Jordan appare spesso come se fosse preda del momento, cantando in scat ed inventando i testi in maniera spontanea. Ma lei non va mai sul palco senza una cartina stradale.
“Ho sempre lavorato su un set”, dice. “Non mi piace arrivare lassù ed essere impreparata. Ma all’interno di un pezzo, io vado. Non forzo mai l’improvvisazione. Tutto quello che so è che sono libera. Improvvisare sugli accordi. Devo ringraziare Charlie Parker per questo, per il fatto che io canti”.

#PLAYINGISNOTAGAME

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