Wayne Shorter Reframed, nuova uscita

Wayne Shorter Reframed nuova uscita discografica dei No Trio for Cats formati da Andrea Saffirio, Andrea Colella e Matteo Bultrini.

L’EP uscito a luglio 2022 è interamente dedicato alle composizioni di Wayne Shorter, arrangiate e reimmaginate secondo una nuova prospettiva e secondo lo stile del No Trio for Cats. L’8 luglio è uscito il singolo “Armageddon”, che ha anticipato l’EP. Il singolo ha una traccia esclusiva, non presente nell’EP, una sorta di B side: una versione elettrica, con Fender Rhodes e basso elettrico, dello stesso brano.

I brani di Wayne Shorter hanno sempre esercitato un fascino particolare su di me”, spiega il pianista Andrea Saffirio, “ho l’impressione che siano composizioni senza tempo, come se da una parte attingessero a qualcosa di ancestrale e, dall’altra, fossero proiettate verso un futuro ignoto. Il concept è catturato a mio avviso in maniera eccezionale dalla cover, realizzata dall’artista cubano Javier G. Borbolla”.

Wayne Shorter Reframed esce per la visionaria etichetta “Extended Place”, realtà immaginata e realizzata da Alessandro Stella, pianista classico di fama internazionale, con importanti nomi della classica nel roster ed alcuni grandi del mondo jazz come Enrico Pieranunzi.

Puoi ascoltare l’EP, a questo link: https://bfan.link/wayne-shorter-reframed

No Trio for Cats
Il progetto musicale No Trio for Cats nasce nel 2012 a Roma, città in cui si è esibito nei più importanti jazz club, come l’Auditorium Parco della Musica, il Gregory’s Jazz Club, l’Alexanderplatz e il Music Inn.
Il Trio è stato inoltre ospite di importanti club e festival in Italia e in Europa, come il Fara Music Festival, il Milestone Jazz Club e il Theater AINSI Maastricht.
No Trio For Cats ha collaborato, tra gli altri, con Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Rosario Giuliani e Gegè Telesforo.
Sono vincitori del “Premio Jazz Live 2014” (Fara Music Festival) e del premio del pubblico al “Premio Chicco Bettinardi 2014”.

Intervista ad Andrea Saffirio

A cura di Paolo Marra

Rileggere Wayne Shorter significa entrare in un mondo estraneo alla realtà nel quale la musica si tinge di eterea consistenza e audace ricerca compositiva. Andrea Saffirio col progetto “No Trio For Cats” – condiviso con il contrabbassista Andrea Colella e il batterista Matteo Bultrini – si avventura in questo compito non facile con la consapevolezza di poter dare forma al proprio linguaggio attraverso le partiture del grande sassofonista.

andrea-saffirioIn “Wayne Shorter Reframed” – pubblicato il 22 luglio dall’etichetta “Extended Place” del visionario produttore Alessandro Stella – il pianista fa un ulteriore passo: va oltre il semplice concetto di rilettura musicale re-immaginando la visione ancestrale e multiforme celata dietro i cinque brani del musicista americano inseriti nel disco.

Nella veste di leader dei “No Trio For Cats” con questo lavoro discografico Saffirio decide, a differenza dei dischi precedenti, “Colors Factory” e “The Chicken in Love”, di confrontarsi con un repertorio formato da brani non originali, una scelta – come spiega il pianista – “scaturita dal desiderio di porre in essere un progetto di più ampio respiro costituito da dischi contenenti poche tracce dedicati ai miei autori preferiti, arrangiati per la formazione in trio. A breve entreremo in studio per registrare un secondo Ep, con rivisitazioni di brani di un altro jazzista che amo molto, Thelonious Monk”.

L’idea di registrare il disco – come ci racconta Saffirio – nasce principalmente da una ragione sentimentale, legata all’impatto che ebbe su di me l’ascolto dei suoi brani in occasione del primo concerto jazz a cui assistetti diversi anni fa. La sua musica sembra essere collocata al di fuori del tempo e dello spazio; ascoltandola sembra quasi di osservare dal di fuori la terra scorrere nello spazio. Negli anni Shorter è diventato uno dei miei compositori preferiti – aggiunge – “non è stato facile, però, affrontare questo lavoro, perché a differenza degli standard dei musical americani, le composizioni di Shorter presentano un carattere ben definito per quanto riguarda gli arrangiamenti”.

Nei cinque brani presenti nel disco Andrea Saffirio riesce a coniugare l’essenzialità del fraseggio con una profonda sensibilità espressiva costellata di suggestioni ritmico- armoniche; un approccio che riesce a rendere apparentemente semplice la complessa e articolata scrittura del sassofonista americano. Ne è un esempio la traccia “Armageddon”, composizione contenuta nel primo album del sassofonista pubblicato per l’etichetta Blue Note del 1964, “Night Dreamer”.

Nella rivisitazione del pianista il susseguirsi senza soluzione di continuità di brevi cellule melodiche su un incalzante groove dai toni funk, immerge l’ascoltatore in flusso ipnotico, a tratti mistico. La traccia presenta due versioni, acustica ed elettronica, quest’ultima “nata per caso in studio di registrazione dietro suggerimento dell’ingegnere del suono. Avendo a disposizione un Fender Rhodes e un basso elettrico abbiamo deciso di provare a buttare giù una versione elettronica del brano. Il risultato ci ha convinto a pubblicarlo come B side del singolo digitale”.

A dare maggiore spessore al lavoro discografico contribuiscono il ricercato lavoro di arrangiamento dei brani, curato da Saffirio e definito con l’apporto in studio degli altri due musicisti, e in particolare, l’interazione ritmica dovuta, non per caso, ad una comune visione di intenti dei tre strumentisti sulla direzione musicale da intraprendere.

Insegnante del corso di piano jazz al Saint Louis College of Music di Roma, Andrea Saffirio cita tra i suoi rifermenti Brad Mehldau, Aaron Parks, Sullivan Fortner, Glenn Zaleski, ma anche illustri pianisti italiani come Enrico Pieranunzi, Dado Moroni, Pietro Lussu e Domenico Sanna. Nonostante questi musicisti abbiano nel corso del tempo influenzato il suo modo di approcciarsi allo studio e all’approfondimento del jazz, il pianista ha le idee chiare in merito alla ricerca musicale intrapresa, scaturita – come ci tiene a sottolineare – “dalla necessità di essere autentici, di poter suonare ogni volta anche lo stesso brano in maniera diversa in base a ciò che si percepisce in quello specifico momento, diretta conseguenza della stretta interazione tra me e gli altri componenti del trio e infine col pubblico. In sintesi, il sapere cogliere “il qui e ora” dell’esecuzione musicale”.

E aggiunge: “anche nella fase di composizione cerco di essere il più possibile onesto. Se mi accorgo di essermi riferito nella mia scrittura a qualcosa di già fatto, non lo elimino, l’importante è che in qualche modo rispecchi il mio linguaggio personale”.

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