il messaggero

Federica, ora il jazz ha una nuova stella «Vengo dal rock»

La bassista e contrabbassista romana Michisanti ha conquistato tre ambiti premi del settore
con il suo album “Afternoons”: «Il mio sogno è lavorare con Sting»

C’è una nuova stella nella scena jazz internazionale. E arriva dalla Capitale. Dopo le collaborazioni con i i francesi Louis Sclavis, Vincent Courtois e Dominique Pifarély e gli statunitensi Dave Douglas, Dan Weiss e Greg Burk, tutti protagonisti del circuito, la bassista e contrabbrassista romana Federica Michisanti si è appena aggiudicata tre premi agli ambitissimi Top Jazz, i riconoscimenti assegnati ogni anno dalla rivista di riferimento della scena Musica Jazz: Musicista dell’anno, Disco dell’anno per il suo ultimo lavoro Afternoons (pubblicato da Parco della Musica Records, l’etichetta discografica di Fondazione Musica per Roma) e Formazione dell’anno, con Louis Sclavis, Vincent Courtois e Michele Rabbia.
Un trionfo senza precedenti per una musicista donna:«Non mi siedo sugli allori: questi riconoscimenti sono uno stimolo per continuare a fare sempre meglio», dice lei, classe 1976, cresciuta nel quartiere Trieste e arrivata al jazz «relativamente tardi».
Non nasce jazzista?
«Sembra assurdo, ma no (ride). Vengo dal pop e dal rock. Ho scoperto il basso a vent’anni, il contrabbasso quasi a trenta. Prima suonavo la chitarra, canzoni da spiaggia».
Quali?
«Quelle dei Beatles, di Lucio Battisti, di Vasco Rossi.
All’Università della Musica, poi, ho incontrato un gruppo di ragazzi che facevano rock progressive.
Mi feci prestare un basso per provare a convertire la mia chitarra. Imitavo John Myung dei Dream Theater».
E al jazz un come ci è arrivata?
«Non c’è stata una folgorazione: è stato un innamoramento graduale. Partito con la scoperta del Koln Concert di Keith Jarrett, al quale mi ha iniziata” un compagno di università: è stato il primo disco jazz che ho acquistato».
E poi?
«Poi è arrivato Wayne Shorter: quel fraseggio libero mi ha stregata.
L’esatto opposto di Charlie Parker, che per comprendere ho avuto bisogno di studiare il linguaggio del jazz.
Ho frequentato Il Saint Louis College of Music e fatto seminari in giro per l’Italia. Oggi metto a disposizione la mia esperienza ai giovani talenti, da insegnante».
Ha una fascinazione per gli anarchici del jazz?
«Se vogliamo chiamarli così (ride). Dipende da cosa si intenda per jazz.
Per lei cos’è il jazz?
«Un grandissimo contenitore che dà spazio a tante cose diverse tra loro, inclusivo. Ho avuto la fortuna di avere come insegnante il maestro Andrea Pighi: viene dalla classica e suonava nell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Ma è un musicista particolare, che ama sperimentare: mi ha dato la giusta apertura mentale».
Da ragazzina si è mai sentita una freak, tra le sue coetanee che magari avevano altri interessi?
«Freak no. Magari un po’ ribelle».
Cosa ne pensa di Victoria dei Maneskin, diventata la bassista più pop della musica italiana?
«Cì crede se le dico che non ho mai ascoltato i Maneskin?
Qualcosa le sarà capitato di ascoltare.
«Ho visto le foto. Penso che sia una bella ragazza».
Tutto qui? Pare che grazie al suo modo affascinante e grintoso di suonare il basso ci sia stato un boom nelle vendite dello strumento tra i ragazzi.
«Non so quanto sia vero. Anche perché non è stata certo la prima donna a suonare il basso: ci sono state Kim Gordon dei Sonic Youth, D’arcy Wretzky degli Smashing Pumpkins”
C’è poco spazio per le donne nella musica?
«Si. Ma non è con le quote rosa che sì può invertire il trend: è un’inclusione vera o forzata? Bisognerebbe dare spazio alle donne non per la necessità di riempire quote, ma per il loro talento».
La collaborazione dei sogni?
«Con il mio mito Sting. Tra l’altro so che spesso è in Italia quindi mai dire Mai».

Mattia Marzi