Il diario di un lettore musicista
sul jazz cordiale e arbitrario

Un improvviso per macchina da scrivere di Filippo La Porta, “mite mitragliatrice giocattolo”, sorprendente per chi, dell’autore, conosca solo il cóté di critico letterario.
“Improvvisazioni” ( Saint Louis editore, 124 pp., 18 giuro) è un dizionario sul jazz cordiale e arbitrario, un lexicon incompleto e divagante, il diario ricco e agilissimo di un lettore musicista. Comincia con un assolo sulla luna (e in una stanza di Singapore dove La Porta dichiara di aver dormito nella stessa stanza di Joseph Conrad, chissà) e termina con tre conversazioni, un manifesto e una bibliografia che è un autoritratto tra note e pagine: Italo Calvino e Georges Perec (“La cosa”, tanto per gradire), Aaron Copland e Gian Carlo Roncaglia (“Il jazz e il suo mondo”, Bibbia del genere, ma anche indagine storica, saggio formidabile), Fernanda Pivano e Barry Ulanov (il suo “Manuale del jazz”, glorioso Feltrinellone, ormai solo su ebay).
Ed è un inno felice alla vita in pericolo, a quella linea frastagliata, sottile e tortuosa lungo la quale il jazz cammina, sporgendosi sempre e pencolando sul vuoto, trovando tuttavia, in questo, tutto il suo pieno. E’ il racconto gioioso di chi, quel pericolo, lo sfrutta a proprio vantaggio, di chi sente il formicolio essenziale dell’inventio, del generoso dispiegamento e della costruzione tipica di una musica così, fatta da outsider, creature “sempre nel posto sbagliato” (viene in mente Italo Svevo: “Io nacqui a sproposito”), tutti salvi perché mescolati, allegri e sbandati cittadini di un sud “di gelsomino e madreselva” che è categoria dello spirito ed è sudore, contiguità, grande sghignazzata al destino. “Considerare l’inemendabile instabilità della vita non come una sciagura ma come una risorsa”, ci orienta La Porta.
E ci regala la considerazione attorno alla quale ruota tutta la faccenda, che suona così: “Se Raskolnikov avesse goduto del reddito di cittadinanza non avremmo avuto ‘Delitto e castigo’. Provocazione fraudolentemente arguta, che congiunge tutta la letteratura e la musica – questo tipo di musica – in un medesimo punto: la necessità che la vita sia com’è e non altro. La vita che celebra se stessa quanto più gioca a dissiparsi, la vita imprevedibile e rischiosa (“Cominci un pezzo e non sei sicuro di finirlo come pensavi”), da buttar via, nell’aria, proprio come un assolo, massima dichiarazione d’amore all’istante che produce se stesso mentre se ne emenda – e però, intanto, te lo mostra l’errore, e della fatica fa bellezza, evocando l’Altro proprio mentre sembrava si trattasse di soliloquio. “Da giovane non capivo il jazz”, confessa La Porta rassicurandoci tutti, “fingevo di capirlo per darmi delle arie.
Il jazz, come la lettura, non è un piacere naturale”. E sembrerà strano, ma questo piccolo libro che è attraversato dal piacere naturale di parlar d’amore (musicale e letterario), parla in realtà del mondo e di una contemporaneità che prende corpo a ogni pagina. La scrittura stessa di La Porta, qui più divertente e transitiva che mai, sfrutta la lezione del jazz e si prova a capire le cose proprio mentre ne parla, ragionando a voce alta e tornandoci su per capirle meglio, affinando e spiraleggiando sotto gli occhi del lettore. Le sorprese sono molte. Una è che Vincenzo Cardarelli è blues. Un’altra è che Jack Kerouac ascoltava Count Basie.
Ma soprattutto che il jazz è un genere musicale fondato sul senso del ritmo tipico degli albini. Sì, degli albini: questo è il jazz, e se c’è una cosa che non tollera sono i luoghi comuni.

Marco Archetti