Jazz, avanguardie e fotografia nell’Italia del Novecento. Testimoniare, conservare e catalogare “l’arte dell’improvvisazione”: l’archivio Polillo

UNIVERSITÀ TELEMATICA INTERNAZIONALE UNINETTUNO
FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
Corso di Laurea in Scienze della
comunicazione

Istituzioni pubbliche e Media Digitali

Elaborato finale
in Arti visuali e tecnologie

Jazz, avanguardie e fotografia nell’Italia del Novecento. Testimoniare, conservare e catalogare “l’arte dell’improvvisazione”: l’archivio Polillo”

Relatore Prof.ssa Anna Villari

Candidato Mariaelena Di Giovanni

ARCHIVIO DEL JAZZ ITALIANO A ROMA

L’ Archivio fotografico del Jazz a Roma ( Ideato e realizzato dal Saint Louis College of Music https:// www.slmc.it/archivio_jazz/archivio-del-jazz-a-roma) funge da preziosa risorsa per ricercatori e studiosi, ispirando e convalidando idee di ricerca e offrendo materiale visivo che può aiutare ad indagare la storia del jazz e fornire prove importanti per gli storici. Questo spazio, consultabile anche in rete, mira a catturare non solo il patrimonio culturale e sociale del jazz italiano, ma anche la scena internazionale e il suo impatto su tale genere. Si evidenzia una divisione in due sezioni: la prima riguarda gli anni ’50 e ’60 e la seconda riguarda l’evoluzione del jazz in Italia dal ’68 fino alla prima decade degli anni 2000, quindi parliamo di un arco storico che copre oltre 60 anni di musica. La prima scuola in Italia ad interessarsi al Jazz è stata il Saint Louis College of Music di Roma. Paolo Marra, critico musicale e curatore dell’Archivio del Jazz a Roma, lo descrive come un archivio attivo, contenente ascolti e filmati inediti oltre ad una grande sezione stampa in cui è possibile indagare per riscoprire i materiali. È un archivio basato su contributi volontari offerti da importanti musicisti, critici e giornalisti del jazz italiano. Tutte queste persone hanno contribuito con materiale bibliografico o iconografico. Nell’archivio online sono disponibili registrazioni audio e video inedite di alcune jam session65 che si sono svolte nei locali storici di Roma, Music Inn e Big Mama tra tutti. Questo non è solo un progetto di archiviazione, è anche una ricerca che tenta di determinare il nostro progresso nel jazz italiano, che è un tipo di jazz diverso dagli altri perché è basato sulle nostre abitudini e ha un idioma ben distinto. L’obiettivo, quindi, è quello di comprendere perché il jazz italiano è arrivato alla sua forma attuale e ampliare la comprensione dell’evoluzione della sua spinta comunicativa, che è avvenuta di pari passo con i cambiamenti che si sono verificati nei media, nella cultura e nella politica all’interno della struttura sociale contemporanea.

INTERVISTA A PAOLO MARRA CURATORE DELL’ARCHIVIO DEL JAZZ A ROMA DEL SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC

Qual era l’obiettivo iniziale che si è posto quando ha cominciato a costruire l’Archivio?

«L’obiettivo era, ed è, quello di raccontare la storia del jazz italiano dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, attraverso un mezzo conoscitivo e divulgativo accessibile ad ogni tipologia di fruitore, dall’appassionato al neofita fino a coinvolgere studenti e ricercatori. Bisogna tenere presente che ogni forma d’arte si compone di un insieme complesso di parti corre- late tra loro, che, a loro volta, si intrecciano con le situazioni contingenti di ordine sociale, politico e culturale in cui esse si evolvono e si affermano. La finalità dell’archivio del Jazz a Roma, di cui sono il curatore e responsabile, è proprio quella di costruire, per quanto possibile, un architrave sul quale tutte queste parti si poggiano per dar luogo ad unico percorso narrativo e di approfondimento di una delle forme artistiche più importanti ed influenti del ‘900, quale appunto è il Jazz. Si è dovuto, però, approntare un’ulteriore fase di ricerca e di recupero storico- documentaristico, passando dal macro al micro, e per cui all’analisi del come e del perché il jazz, come espressione specificamente afro- americana, si sia radicata nel tempo nell’humus della cultura e delle tradizioni italiane, dando vita ad un linguaggio peculiare e differenziato dall’originale, espresso nei decenni da eccellenti strumentisti, sia uomini che donne».

Quali sono i criteri e le metodologie di catalogazione fondamentali per la gestione di un archivio storico?

«In primis è essenziale creare delle sezioni tematiche principali, che nel caso specifico ho deciso di dividere cronologicamente per decenni, e in una seconda fase delle sottosezioni tematiche, come per esempio archivio fotografico o piuttosto Jazz e cinema e cosi via. Alla base di tale metodologia risiede la necessità di facilitare la catalogazione del materia- le e dare l’opportunità ai fruitori dell’archivio di avere da subito una parziale visione d’insieme dei contenuti da esplorare, in seguito, seguendo una personale scelta elettiva. Tale aspetto risulta essenziale in conseguenza, come accennato prima, dell’obiettivo di porre l’archivio come strumento divulgativo accessibile ad un ampio e variegato target di fruitori, più o meno regolari. Certamente, nella fase preliminare spesso si pone l’ulteriore necessita di suddividere le sottosezioni secondo criteri cronologici o, a loro volta, tematici: per esempio la sezione fotografica può essere suddivisa per autore, musicista, anno, lavoro discografico, al fine di creare un archivio parallelo a cui attingere nel corso dell’implementazione del progetto».

Quanto ritiene sia importante la ricerca nella valorizzazione dell’Archivio?

«La ricerca risulta essenziale per mettere in essere una realtà archivistica, che sia digitale o fisica. Ma, ancora più importante, è che questa ricerca sia puntuale, accurata ed esaustiva. Affinché questo avvenga bisogna stabilire come prima fase una raccolta dettagliata delle informazioni attraverso interviste programmate con specifici interlocutori; queste devono essere registrate e successivamente trascritte. Nel caso dell’Archivio del Jazz ho raccolto ore e ore di interviste con importanti personalità del jazz italiano, come critici musicali, giornalisti, musicisti, produttori, ma anche addetti ai lavori o gente comune che ha assistito negli anni passati a concerti, eventi, rassegne o ha avuto un contatto diretto con musicisti o compositori. Questo materiale informativo, unito per esempio alla consultazione di estratti di giornale o riviste specializzate messe a disposizione da questi stessi interlocutori o consultati sui canali web, mi ha permesso di affiancare ad ogni materiale catalogato una scheda informativa».

Nell’ambito della sezione fotografica dell’Archivio quale pensa che sia la forza comunicativa della fotografia nel racconto di una memoria comune come quello del jazz italiano?

«La potenza comunicativa di una immagine fotografica è difficilmente sostituibile. Potremmo dire che immortala il momento pregnante di un gesto, di uno sguardo, di un’emozione, di un avvenimento successo in un dato luogo o dell’interazione di un collettivo come avviene nella performance musicale. Il jazz rispetto agli altri generi musicali, d’altronde, si compone di momenti irripetibili perché veicolato dall’improvvisazione, la quale si nutre in tempo reale dello stato psicologico ed emozionale dello strumentista ma anche di ciò che gli accade di volta in volta intorno, in termini di vita personale e contesto sociale. É chiaro dunque come nella costruzione e definizione di un archivio la fotografia rappresenti l’unico mezzo per restituire la sostanza di una memoria in fin dei conti effimera e insieme creare un filo narrativo per quanto possibile coerente. Non a caso, fotografi come William Eugene Smith, Bob Willoughby, Jim Marshall, Roberto Polillo, Roberto Masotti, e altri hanno dedicato all’universo jazzistico progetti di fondamentale rilevanza artistica, culturale e divulgativa».

Una riflessione sulla necessità della digitalizzazione e il problema dell’obsolescenza tecnologica.

«La preservazione del materiale storico raccolto e catalogato non può prescindere da una adeguata digitalizzazione. É per questo che tutto il materiale presente nell’Archivio del Jazz è stato sottoposto ad un’accura- ta digitalizzazione e, in diversi casi, restauro da parte di tecnici preparati. Certamente un archivio necessita di un costante aggiornamento per quanto riguarda supporti e strumenti digitali ed elettronici utilizzati per la conservazione dei dati, tenendo conto della sempre più veloce e massiva evoluzione delle tecnologie a nostra disposizione. Ma invece di renderlo un problema, la costante evoluzione delle nuove tecnologie può divenire un’opportunità per accrescere le possibilità di preservazione e valorizzazione dell’immenso patrimonio storico di cui disponiamo. Per quanto riguarda l’aspetto dell’obsolescenza tecnologica possiamo fare un’ulteriore riflessione: l’evoluzione tecnologica dal dopoguerra agli anni Novanta è stata caratterizzata da tempi molti lunghi di creazione, realizzazione e aggiornamento di supporti e strumenti elettronici o meccanici. Questo ha permesso uno sviluppo molto avanzato di queste tecnologie che ha resistito alla prova del tempo, dando luogo, spesso, ad un loro inaspettato riutilizzo anche in seguito all’avvento di nuove tecnologie; pensiamo, per esempio, al supporto audio in vinile o nastro magnetico o, allargando il discorso, alla pellicola fotografica e alle corrispettive macchine per lettura, sviluppo, stampa e cosi via. Tenendo presente questo aspetto e la rapida evoluzione tecnologica, per la sopravvivenza di dati e materiale storico risulta, paradossalmente, più efficace e duraturo affidarsi alla conservazione e preservazione di supporti e strumenti considerati “obsoleti”».

Come curatore dell’Archivio del Jazz a Roma cosa si auspica per il futuro?

«Come curatore e responsabile dell’Archivio del Jazz a Roma auspico un maggiore supporto nei confronti dei progetti archivistici, in termini di attenzione, promozione e fondi investiti, da parte di istituzioni, in parti- colare pubbliche. L’attenzione alla memoria storica di ogni forma d’arte, come il jazz, italiano, è la base su cui costruire la cultura democratica nel nostro Paese, creando, nello stesso tempo, opportunità lavorative per le nuove generazioni».